"Los
toros”, i tori, era la parola magica che riusciva a mobilitare migliaia
di appassionati portandoli nell'arena delle corride a vedere le imprese
di Pepe Hillo, Cagancho, Belmonte, Armillita, Manolete, Arroza e, tra gli
altri, El Cordobés.
Il
calcio, un recente arrivo in Spagna e nell'America Latina, ha ridotto il
numero di appassionati della corrida, ma, in alcuni Paesi, esiste ancora
un sano equilibrio tra i due sport.
La
corrida si può chiamare sport?
In
un certo senso sì, ma, in effetti, è qualcosa di più:
è arte ed illimitata emozione perché esiste pericolo, anche
se scarso, per il torero; la corrida è un rituale che segue regole
estremamente precise e rigorose, la corrida è anche storia che ha
origine nella preistoria quando gli uomini delle caverne dipingevano tori
potenti come quello in cui si era trasformato Zeus per rapire Europa.
Il
mito del Minotauro è troppo oscuro, simbolo premonitore ed eccessivamente
crudele; la corrida è crudele, ma, in un certo senso, rappresenta
una vendetta sulla parte taurina del Minotauro, perché, mentre il
toro muore sempre, il torero muore molto raramente, non come a Creta dove
la vittima umana veniva sempre uccisa fino al momento in cui Teseo uccise
il Minotauro. La sede cambia, perché l'ambiente dove si svolge la
corrida è l'opposto di quello cretese, situato nelle viscere della
terra: la sede della corrida, la “plaza de toros” è uno spazio
aperto pieno di voci e rumori, anche di musica in certi momenti particolari,
ben diverso dalle segrete vie del Labirinto, completamente silenzioso fino
a quando la sua oscuritànon veniva lacerata dalle grida delle vittime,
scelte per appagare il Minotauro, lo sventurato figlio di Minosse.
In
gioioso contrasto, danzatori piroettano sul toro, in un balletto aggraziato
che troviamo elegantemente dipinto a Cnosso. Poiché il toro fa parte
integrante della civiltà europea, le lotte con i tori vengono ancora
svolte in forma incruenta in Francia e in Portogallo. L'attuale forma persiste
in Spagna. Inizialmente, i tori venivano cacciati stando a cavallo, ma,
dal XVIII secolo, il torero è a terra e deve incontrare la bestia
a piedi.
La
corrida è crudele, ma, paradossalmente, è piena di gioia,
i costumi sono ricamati e scintillano al sole che è parte essenziale
dello spettacolo. La folla si accalca, quanta più gente vi è,
tanto meglio; visi impazienti si riconoscono, le “botas” (borracce di pelle
che contengono vino) compaiono e vengono svuotate. Arriva il presidente
col suo seguito e chiede al trombettiere di annunciare la corrida, di solito
con qualche stonatura. Il presidente deve essere puntuale, altrimenti verrà
insultato più del solito. Qualunque cosa egli faccia verrà
criticato, più o meno aspramente, chiunque in una corrida ne sa
più del presidente perché la corrida - anche se ritualistica
- èassolutamente democratica.
I toreri
incedono con un'andatura lenta, gli “Alguaciles” (sceriffi) siedono a cavallo.
La parata, metà militare, metà religiosa, raggiunge l'area
dove il presidente sta appollaiato nel suo gabbiotto, uno degli “alguaciles”
chiede la chiave per aprire l'arena e galoppa nel suo costume nero, che
risale al tempo delle Austrie spagnole, per aprire la porta del recinto
(toril).
I
toreri lasciano l'arena e lo spettacolo ha inizio.
Attesa,
silenzio interrotto da un grande “Ah” mentre il toro, tenuto in un recinto
semibuio, balza fuori pieno di gioia. Lui che era abituato a stare libero
in tutti i sensi, incontra muri e ripari da cui i toreri lo esaminano con
occhi critici.
Alza
la testa, la abbassa, quale zona preferisce, le sue zampe hanno tutte la
stessa forza? Gli sono state smussate le corna? Il torero lascia il riparo
di legno e si avvicina al toro con la sua cappa; la trascina sulla sabbia
ed il toro la segue. La cappa e le sue gambe sono l'unica difesa fisica
del torero, l'astuzia e l'addestramento sono ancor più importanti
per sottomettere il mostro.
Confronti
tra l'uomo e la bestia hanno avuto luogo fin dalla preistoria; esistono
tori negli affreschi di Lascaux dove graziose figure umane si confrontano
con enormi bestie e loro, gli umani, così esili ma armati di arco
e frecce, avranno ragione dei tori e li uccideranno o li addomesticheranno
facendoli lavorare per loro e, se necessario, l'uomo li castrerà.
Il
combattimento nell'arena è un omaggio a questi antichi combattimenti,
un ricordo ed un sacrificio propiziatorio per ingraziarsi gli Dei, appagarli
e renderli più disponibili alle necessità umane e piùvicini
a noi. Naturalmente di questo non si fa cenno durante la corrida, ma risiede
nel subconscio represso di tutti noi che dichiariamo di essere monoteisti,
ma nel nostro intimo non lo siamo e accettiamo i santi ed i beati, ricordi
della nostra natura politeista, in cui alcuni dei sono molto assetati
di sangue perché il sangue è l'unico liquido capace di placare
certe seti divine.
Il
primo torero viene raggiunto da un secondo per iniziare un lavoro di cappa
per mostrare il “diestro” (il destro), il punto debole e quello forte dell'animale,
per valutare quanto sia grande la sua testa e quanto potenti le sue corna.
Il
“diestro” prepara la strategia successiva, così che tanti giri di
cappa vengono fatti a destra quanti a sinistra, stando attenti alle tendenze
dell'animale (derrotas) quando esso carica.
Il
toro rincorre il torero, che perde la cappa e deve correre per mettersi
in salvo, saltando al di là della “barrera” (il muro dell'arena)
mentre un altro membro della squadra affronta il toro ed un altro ancora
recupera la cappa.
Dopo
altri 6-8 minuti di questa schermaglia introduttiva, ha inizio un combattimento
più serio e pericoloso, in cui un torero solo con due “banderillas”
(corti arpioni), uno in ciascuna mano, spinge il toro a caricare.
Il
torero evita la testa dell'animale all'ultimo momento e conficca le banderillas
nella parte superiore della base del collo del toro.
Un
torero più ardito ne conficca un altro
paio
ma in modo diverso e molto pericoloso: quando il toro carica, all'ultimo
momento, invece di affrontare il bruto, egli gli volta la schiena e pianta
le “banderillas” da sopra le spalle. Un terzo paio di banderillas è
facoltativo e dipende da quanto tempo è già passato. Molte
volte è il “diestro” che conficca l'ultimo paio di banderillas nel
toro. Il sangue scorre e molto altro ne scorrerà nella fase successiva,
“la pica”, in cui lunghe lance (picas) vengono infilzate nella potente
muscolatura del toro alla base del collo, che deve venire colpita, per
fargli piegare la testa.
Il
“picador” è un cavaliere armato di lancia che cavalca nell'arena
un cavallo di poco valore, ma con una bella gualdrappa. Il cavallo ha gli
occhi bendati, ma sente l'odore del sangue e la strana atmosfera
e non vuole proseguire.
Il
“picador” lo sprona, ma senza risultato, alcuni aiutanti (monosabios) arrivano
per istigare il povero cavallo che cerca debolmente di sfuggire ai
suoi tormentatori che lo prendono a calci sul posteriore; il cavallo con
molta riluttanza avanza verso il toro che viene tenuto occupato dai toreri.
Uno di questi trascina il toro, col suo astuto gioco di cappa, verso il
picador, il quale, non appena gli è possibile, conficca la lancia
alla base del collo del toro. La lancia ha un punto di arresto che le impedisce
di penetrare per più di 3 pollici, ferendo in tal modo a morte il
toro.
Il
“picador” rigira la lancia nella ferita, il toro mugghia e la gente comincia
ad insultare il picador: viene menzionata l'assenza di un padre riconoscibile,
si parla di sue gesta criminali, si insinuano dubbi sulla sua virilità,
si allude al fatto che è senza famiglia, e così via,
insulto dopo insulto. E' un buon picador? Di quelli che
infieriscono sul toro finché questo è molto debole ma ancora
in grado di sostenere un buon combattimento in cui il “matador” può
dimostrare il suo valore senza correre un grave pericolo.In rare occasioni
i tori vengono uccisi da picador corpulenti, che possono farlo perché
mettono tutta la loro forza nella lancia mentre colpiscono il toro.
Dopo
due o tre picas, i cavalli tornano alla stalla nell'interno della
plaza in condizioni più o meno ragionevoli.
Successivamente,
si prepara il palcoscenico per l'ultimo atto prima del sacrificio, il momento
della verità , quando il toro andrà incontro al suo destino
nelle mani del “diestro”.
Ciascuna
delle tre fasi è annunciata dal suono perentorio di una tromba ordinato
dal signore supremo della corrida, il presidente, la cui autorità
può essere criticata ma è inappellabile; in quest'ultima
fase lo squillo della tromba ha un suono sinistro, forse perché
sappiamo cosa seguirà. Ora la cappa è corta (muleta) e molto
rossa, più dello stesso sangue. Il “diestro” arriva col cappello
in mano e lo lancia alla persona a cui dedica il toro, come avveniva nei
tornei medievali.
Se
il torero desidera dedicare il toro al pubblico, appoggia con cura il cappello
per terra dopo aver fatto un movimento circolare che abbraccia tutti gli
spettatori della plaza. Una banda di 10 o 12 strumenti che sa a malapena
essere intonata suona pasodobles quando viene fatto un buon gioco di cappa
(faena); quando viene suonato il “relicario”, gli anziani della plaza gridano
perché è la prima melodia che hanno sentito dopo la ninna-nanna.
I
musicisti stanno in guardia, il “diestro” inizia il suo gioco di cappa,
spingendo il toro a caricarlo, mostrandogli la cappa e facendogliela seguire
da vicino o da lontano, a seconda di come preferisce il torero stesso.
Si
sentono delle grida quando un fuggevole momento di disattenzione da parte
del torero gli provoca una ferita più o meno grave; la “faena” continua
se la ferita è lieve o se non va al di là della paura (non
è cosa da poco se il contatto ravvicinato avviene con un animale
di cinque o sette tonnellate).
Alcuni
toreri ardimentosi toccano il corno del toro o si inginocchiano di fronte
al'animale, ma i tori, più saggi degli uomini, per la maggior parte
non prestano loro attenzione.
Quando
il torero nota che il toro incomincia ad essere stanco, decide che il momento
della verità è arrivato e toglie dalle pieghe della cappa
la spada (estoque), tenuta nascosta fino alla fine.
Il
toro abbassa la testa, è così stanco che non carica il torero,
il quale sulla punta dei piedi balza sul toro e con tutta la sua forza
spinge la spada alla base del collo cercando di recidere l'aorta toracica.
Se
questo avviene il toro muore immediatamente, ma per la maggior parte non
è così ed la bestia, ferita a morte, cammina verso il recinto,
seguendo il proprio istinto di cercare riparo in quel posto semibuio da
dove era uscito per incontrare una fine prematura (dato che non ha più
di 7 anni).
Il
“diestro” e la sua squadra osservano ogni passo del toro barcollante e
se uno degli assistenti cerca di fare qualcosa che il matador pensa sia
poco saggio o fuori tempo, gli ordina di fermarsi con un gesto imperioso.
Il
toro piega le ginocchia e si accascia, l'arena si copre del suo sangue.
Il pubblico applaude, la gente si alza in piedi se il presidente ritiene
che la “faena” lo meriti, ed ordina alla banda di suonare un pasodoble
vibrante.
Nella
metà dei casi il toro non è ferito gravemente ed il “diestro”
lo deve colpire nuovamente con la spada, se fallisce dopo tre o quattro
tentativi, il toro viene finito con un corta daga (puntilla) che colpisce
il midollo spinale e lo uccide istantaneamente. I musicisti suonano a tutta
forza, con più entusiasmo che tecnica.
Il
pubblico reclama un orecchio, il presidente agita il fazzoletto (i presidenti
delle corride devono essere le uniche persone che usano ancora fazzoletti
di lino), il pubblico applaude. Talvolta il presidente riceve in premio
due orecchie e, se la faena era realmente eccezionale, la coda del toro
e, molto di rado, una zampa.
Se
vengono consegnate le appendici del toro, il torero viene autorizzato alla
“vuelta al ruedo” (giro dell'arena) al suono della banda.
Cappelli,
sigari, fiori, guanti e scarpe vengono gettati al torero che li getta indietro,
la gente applaude, il sole risplende e gli dei accettano il sacrificio.
Una
vera resistenza è dimostrata dal pubblico e dai partecipanti quando
piove.
Ad
Ambato, il terzo giorno della fiesta pioveva, tutti erano bagnati fino
alla biancheria intima, ma nessuno si alzava dai sedili di pietra inzuppati
d'acqua.
Dall'anno
scorso, i primi quattro giorni di febbraio sono dedicati alla “fiesta de
toros” ad Ambato contemporaneamente ad una fiera di fiori e frutta.
Queste
corride sono “novilladas”, in cui si usano tori di età inferiore
ai 3 anni; molte volte i “novilleros” (aspiranti toreri) danno prove migliori
dei toreri anziani con maggiore esperienza e tecnica, ma con minore ambizione.
Il
desiderio di diventare un “torero” affermato è molto forte, il “novillero”
ha piùentusiasmo, riflessi più pronti e, soprattutto, il
desiderio di diventare un “matador” consacrato. |