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| Nell'antica
Atene la poesia drammatica nacque come manifestazione di unità tra
il pubblico e l'autore-attore.
Per arrivare, infatti, a capire i testi della tragedia greca (la prima e più alta espressione teatrale dell'occidente), per comprendere a fondo autori come Eschilo, Sofocle ed Euripide, dobbiamo anche scoprire in quale modo ebbe origine il genere “tragedia”. Secondo Aristotele essa deriva dal ditirambo (un canto corale in onore di Dioniso), e all'inizio si sviluppò come improvvisazione a carattere “satirico”. Il festival è una manifestazione ormai usuale per la società contemporanea. Ma anche nella Grecia classica l'aspetto competitivo sfociava nell'idea della gara, dell'agone. Nel 534 a.C., ci dicono le fonti, quando il tiranno di Atene Pisistrato organizzò le Dionisie, il poeta Tespi risultò vincitore nel primo concorso tragico. Mentre in origine gli autori stessi erano interpreti della propria opera, Tespi passò alla storia per aver introdotto per primo un attore che, nei panni dei diversi personaggi, rispondeva al coro. Un altro significato di tragedia è quello di “canto dei capri” e, difatti, i “tragoi” erano i seguaci di Dioniso, che si mascheravano addirittura da capri. Sicuramente i drammi precedenti alla tragedia vera e propria sono ricollegabili a forme di religiosità pre-ellenica. Storicamente il primo teatro stabile venne istituito in Atene, allorché Pisistrato stabilì i concorsi drammatici fra il 536 e il 533 a.C.: il teatro allora si trovava sul versante sud dell'Acropoli. Lontano da ogni idea assistenzialistica, nell'antica Grecia nessuno pensava che il teatro potesse o dovesse essere economicamente autosufficiente. Tuttavia, l'allestimento di un dramma implicava una spesa non esigua. Allora l'arconte di Atene (il “sindaco” per un anno della città) si rivolgeva ad un privato in modo che questi si offrisse come patrono o promotore di un drammaturgo. Dopo il primo periodo, durante il quale il teatro era costruito in legno, sotto Licurgo, tra il 338 e il 334 a.C., venne costruito quello in pietra. Come si è detto, all'inizio vi era era un solo attore, che interpretava più parti e dialogava con il coro; con Eschilo gli attori divennero due e, infine, tre con Sofocle ed Euripide. Ricordiamo che in Grecia non esistevano attrici: come nel teatro dell'epoca elisabettiana, tutte le parti femminili erano interpretate da uomini. Per sostenere più ruoli l'attore faceva uso della maschera, che era fatta di lino, di sughero o di legno. Tranne alcune copie in marmo o in terracotta (così fatte per essere consacrate a qualche divinità), nessuna si è conservata a causa della deperibilità dei materiali suddetti. Con la faccia dipinta in bianco per le parti femminili e in grigio scuro per quelle maschili, gli attori mascherati avevano coperto il volto e tutta la testa. Secondo Polluce, esistevano 28 maschere di repertorio. Ma perché i greci le usavano? Oggi l'attore ha il volto scoperto, anche se spesso cammuffato dal trucco. Tuttavia, provate a pensare ad Atene: circa 18 metri separavano gli attori dalla prima fila e quasi 90 li dividevano dagli ultimi spettatori. E' chiaro come a tale distanza i cambiamenti degli stati d'animo fossero praticamente invisibili sul volto, mentre ciò che interessava il pubblico, che a quei tempi non aveva a disposizione il testo o il programma dello spettacolo, era di capire subito di quale personaggio si trattasse. Dovendo colpire gli spettatori da lontano, anche le vesti avevano una funzione primaria: il costume era nero per i personaggi in lutto e riccamente ornato con disegni e colori vivaci per gli altri. Ma in ogni caso l'elemento più importante era la forza della voce e della parola pronunciata. L'attore si allenava meticolosamente per arrivare a possedere una voce forte, in grado di farsi sentire attraverso tutto il teatro senza gridare. E poi l'interprete doveva essere in grado di mutar voce con la medesima facilità con la quale cambiava maschera, trasformandosi da uomo in donna, da giovane in vecchio. E veniamo ora alla funzione del coro, che nelle tragedie era formato da 12 elementi, portati poi a 15 da Sofocle. Mentre si snodava la vicenda, i coriferi arricchivano lo spettacolo cantando e danzando, una sorta di pantomima imitativa delle scene dialogate. Per quanto riguarda la musica, essa non doveva alterare né nascondere le parole. Una funzione, quindi, di accompagnamento e nulla più. La scenografia rimase sempre molto semplice, senza però ignorare gli effetti della prospettiva. All'evento teatrale partecipavano tutti. L'ingresso dei cittadini al teatro era gratuito e, anche quando si stabilì un biglietto d'entrata, il governo ateniese decise di aiutare in tale spesa i cittadini più poveri, facendo pagare gli allestimenti delle tragedie ai più ricchi: una tassa chiamata “liturgia”. Il teatro dell'Acropoli conteneva circa 16mila persone e il pubblico si comportava un po' come il nostro, applaudiva in segno di approvazione, fischiava, urlava, si organizzava in “claque”, dava colpi di piedi contro i sedili, mangiava rumorosamente del cibo, lanciando noccioli di olive, fichi e persino sassi contro l'interprete o l'autore, giungendo anche a buttar fuori a forza gli attori incapaci, interrompendo così uno spettacolo non gradito. Analizziamo a questo punto una delle tragedie più famose di Eschilo (che visse tra il 525 e il 456 a.C.), e cioè il “Prometeo incantenato”. Nonostante l'apparente staticità dell'azione - durante tutto il dramma Prometeo rimane immobile, inchiodato su una rupe della Scizia da Kratos (la forza), Dia (la violenza) ed Efesto, secondo l'ordine di Zeus - Eschilo ha creato una poesia altissima e una trama ricca di colpi di scena. Il fantoccio Prometeo, oppresso ma immortale, martire ma rivoluzionario, benefattore ma ladro, diventa il simbolo stesso dell'esistenza umana. Egli è l'erede di una sovranità celeste che Zeus ha usurpato. Tuttavia, mentre Prometeo è l'emblema dell'antica stirpe divina, che compie il furto del fuoco per donarlo ai mortali, Zeus incarna l'ordine e la giustizia. Interpretare oggi Prometeo significa rappresentare una volontà, quella di non piegarsi alla violenza, di non cedere mai, pur conoscendo la punizione prevista, se si combatte per una causa giusta. E' questa la forza del mito antico, che di giorno in giorno si fa sempre più contemporaneo e vicino alle nostre necessità di riflettere sul reale. ![]() |
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