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Ornella Rota
 
Il primo musulmano della storia fu una donna: Khadigia, la prima, amatissima moglie di Maometto che, al suo fianco, si trovò a vivere una condizione inimmaginabile per la società araba del tempo.  
Allora, la donna poteva essere venduta al pari di un oggetto, non le era concesso  
ereditare beni, se rimaneva vedova passava in eredità al parente maschio più prossimo e quando in una famiglia nascevano troppe bambine le si seppelliva vive. 
Il Corano condannò l'uccisione delle neonate. Rese le giovani in qualche modo partecipi del diritto alla scelta di uno sposo e al godimento della dote e di un'eredità. Affermò che la donna doveva obbedienza all'uomo ma ordinò a questi di trattarla con gentilezza e senso di giustizia. Limitò a quattro il numero delle mogli: “Ma se voi credete di non essere equi, prendetene una sola”. Concesse al marito facoltà di ripudio, ma offrì alla moglie la possibilità di difendersi contro eventuali ingiustizie richiedendo il divorzio. E ordinò: “Alle divorziate spettano mezzi di sussistenza secondo onestà; questo è un dovere per chi ha timore di Dio”. 
Fu un impatto ancor oggi non completamente metabolizzato. Ma la pari dignità fu davvero pratica corrente nell'antico mondo islamico e durante i secoli del sogno andaluso. Ci furono mogli che combattevano in battaglia di fianco ai loro mariti, donne a capo dello stato e del governo, intellettuali ben attente a far rispettare i propri diritti, letterate che animavano i salotti più ambiti, mistiche capaci di inserirsi a livelli massimi. 
Contrariamente a quanto in genere si crede, la pakistana Benazir Bhutto, ad esempio, non è la prima musulmana salita al vertice del potere. Secoli prima di lei ce ne furono ad esempio a Baghdad, nello Yemen, in Egitto, a Delhi. E della partecipazione femminile alla vita non soltanto pubblica, ma anche militare, sono indicative le vicissitudini seguite alla scissione di Alì (capostipite degli sciiti e quarto califfo, marito di Fatima, figlia di Maometto e di Khadigia). 
Tra i militanti dell'una e dell'altra parte si contavano molte donne.  
Ce n'erano pure sul dorso di quei cammelli che portavano i combattenti in battaglia: fra esse Aicha, ultima moglie del profeta e punto di riferimento per i tradizionalisti (sunniti). In Iraq, poi, durante la rivolta dei karegiti (dapprima sostenitori di Alì, in seguito nemici), una figura femminile è rimasta leggendaria per il suo coraggio: Ghazala. Le cronache dell'epoca raccontano che Chabib (suo sposo o, secondo altri, figlio) investì Kufa con un migliaio di uomini e circa 200 donne munite di lance e spade.  
Quando Ghazala irruppe nella piazza della città persino Hadadji, guerrigliero dalla fama di particolare ferocia, si diede alla fuga. E nel campo della cultura, i nomi femminili fiorivano: basti ricordare Aicha bint Talha che alla corte di Damasco discuteva di astronomia, letteratura e storia con i maggiori eruditi del tempo, e Sakina Agila bint Ibn Ali Talib al cui salotto di Medina confluivano gli scrittori per sottoporre al suo insindacabile giudizio le loro opere. Di più: fra i massimi esponenti sufi (filone mistico collegato sovente all'area sciita), c'è una donna: Rabi'a al-Adawiyya. Si dice fosse una schiava, suonatrice di liuto e prostituta, e che si fosse ritirata in contemplazione lo stesso giorno in cui il suo padrone, dopo averla vista assorta in preghiera e avvolta in un alone di luce, aveva deciso di affrancarla. 
Tutto questo accadeva ai tempi di Maometto o nei decenni immediatamente successivi.  
Alcune protagoniste continuarono ad esistere anche successivamente, ma per raggiungere la fioritura dei primi tempi occorre arrivare all'Andalusia.  
Fra il 1100 e il 1200 brillano i nomi della letterata Shahda bint Abi Naser El Dinuri, tanto sapiente ed estrosa nella calligrafia da imporre il proprio nome a uno stile di quest'arte tipicamente arabo-musulmana, di Aicha El Iskandraniya, animatrice del circolo letterario “Il giardino” nonché autrice di poesie così romantiche da meritarle il soprannome di “fiore della letteratura”, di Wilada figlia del califfo El Moustakfi e al centro di un salotto che attirava tutti i sapienti dell'epoca. 
Questi periodi splendenti appaiono scontornati, nel tempo, da secoli bui.  
Così come mortificante appare, tutt'oggi, la condizione della donna in certi paesi musulmani (stando bene attenti a non generalizzare, perché ad esempio le tunisine godono di diritti impensabili negli altri paesi arabi, e la vita delle turche è regolata da una legislazione nazionale ispirata a quella svizzera). A comprimere il ruolo femminile furono - e sono - ragioni di tipo economico, sociale, politico, che ben poco hanno a che vedere con il Corano. 
La situazione delle donne cominciò a cambiare poco dopo la morte di Maometto, mano a mano che le armate musulmane invadevano, e conquistavano  la Siria, la Persia, il Maghreb.  
Da un lato il ricordo di quanta importanza avessero avuto le donne nella contrapposizione fra Alì e i sunniti indusse a limitarne la presenza nella vita pubblica; dall'altro il contatto con popoli tanto diversi suscitò il riflesso di proteggerle da influenze estranee alla loro cultura e identità stessa.  
Al contempo, i musulmani imparavano e lentamente assimilavano nuovi usi e costumi peraltro ben rispondenti a esigenze proprie.  
I cristiani dell'Impero bizantino, ad esempio, usavano imporre alle proprie mogli, come ornamento, un prezioso velo che copriva loro il viso, e che distingueva le donne di rango elevato dalle plebee.  
Gli arabi fecero tesoro di quell'insegnamento: le schiave, sempre indaffarate, furono lasciate libere di circolare in pubblico senza velo; le donne libere cominciarono a velarsi per distinguersi da loro, e finirono con l'uscire sempre meno di casa. 
Nei secoli, intanto, il Fiqh, cioè la giurisprudenza islamica, elaborava, sia pure in modo diverso a seconda di luoghi ed epoche, norme e divieti che riducevano il ruolo della donna in base a esigenze contingenti e concrete.  
Un esempio: il lavoro fuori casa.  
In alcuni paesi dove la disoccupazione è un'antica piaga sociale esiste una norma che subordina la possibilità del lavoro femminile al gradimento dello sposo (tranne che per alcune attività come l'ostetricia). Colei che contravviene perde il diritto a essere mantenuta dal marito. Ma nel Corano questo diritto non è soggetto ad alcun limite, al di fuori del vincolo del matrimonio. 
Altro esempio: il velo. Su di esso il Corano dice: “E' per loro il modo migliore di farsi conoscere e per non essere offese”. Tutto qui.  
Oggi, queste parole si potrebbero leggere in chiave di ricerca di identità. “Farsi conoscere”, o meglio ancora “riconoscere”: il primo e più profondo, il più infido dei problemi che affliggono il mondo musulmano specialmente arabo. In quest'ottica, il rifiuto a portarlo - magari rivendicando libertà di espressione ed uguaglianza di diritti con gli uomini - viene percepito come adesione alla cultura degli odiati colonizzatori europei.  
In altre parole, agita il fantasma dell'occidentalizzazione. 
D'altra parte anche noi abbiamo il nostro fantasma, speculare.  
Si chiama islam espansionista, e lo impersonano quelle giovani musulmane che, in Europa, chiedono di rimanere velate anche a scuola.  
Se a livello più o meno inconscio non percepissimo questo foulard come una sorta di minacciosa quinta colonna dell'avanzata musulmana, perché drammatizzarlo tanto?
 
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