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immagini di Franco Grobberio rappresentano davvero qualcosa di straordinario
per vivezza d’impianto pittorico e per incisività di mondo poetico.
Aostano puro sangue, quarantasettenne, occorre proprio dire che è davvero un peccato che finora si sia potuto muovere così poco dalla situazione regionale nella quale s’è formato ed ha operato, e che dunque sia ancora, in fondo, così poco conosciuto altrove. E’ ben vero che il nostro sistema artistico (quello che Argan chiamava la nostra “fabbrica dell’arte”) è potente, e detta leggi non scritte eppure tremendamente efficaci: se non si è artista “di moda”, se non si sono percorse certe tappe, se non si hanno dietro le spalle grandi mercanti o qualche sponsor, si resta di regola pressoché sconosciuti non solo al grande pubblico nazionale ma anche ad una gran parte degli addetti ai lavori. Considerazioni amare ma necessarie, soprattutto se applicate all’opera complessiva di questo artista. Eppure bisogna anche dire che non tutti si sono lasciati prendere da questo gioco. Leggo, per esempio, un testo recente a lui dedicato dal critico torinese Angelo Mistrangelo, che ha trovato e speso parole coraggiose in difesa e per l’affermazione di Grobberio. Un testo, del resto, con il quale mi trovo perfettamente in sintonia poiché vi si evocano giustamente, riferendole al suo lavoro attuale, le lezioni e la grandezza di un pittore come Balthus. Anche in Grobberio, infatti, sono presenti quei silenzi strepitosi e insieme delicati dell’animo, quegli sbalordimenti della figurazione, sospesa tra il mistero dell’esistenza e la chiarezza dei sentimenti, che sono tipici dell’opera del grande francese, certamente uno dei più vividi pittori d’immagine e di poesia del nostro secolo.
C’è qui, come dire, una sorta di metafisica contemporanea, profondamente legata non tanto alla classicità distaccata e in fondo aristocratica dei fratelli De Chirico o, per altri versi, alla asettica e pensosa ripetitività di un Morandi, quanto invece a temi e motivi, a emozioni e giudizi in un certo senso esistenzialistici, legati insomma a filo doppio alle circostanze dimesse del quotidiano, al suo domestico mistero, a una poesia che nasce spremuta direttamente dalle cose che ti stanno attorno, che ti stanno “semplicemente” nella memoria. Ecco, “mistero domestico” di poesia e insieme di pittura... Mi sembra una definizione che si addice a queste tele così fortemente mature e dense. Una definizione che è comunque ben consapevole del fatto che il temperamento di Grobberio si muove autonomamente e incondizionatamente rispetto, appunto, alle mode culturali che attraversiamo oggi, così legate all’effimero, al lùdico, all’approssimazione. E’ un “mistero” che invece deriva, per intime solidarietà dell’animo, direttamente dalle cose e dalle loro verità, senza fughe. Che non intende - come sua scelta di qualità - discostare o eludere il significato autenticamente umano di ciò che ci circonda, e i giudizi da trarne. Nei paesaggi sempre sorprendenti, negli interni ingannevoli, nelle figure emblematiche, le sue tematiche si direbbero percorrere le vie di uno spiazzamento e di una deriva dell’immaginario che respira le arie di un certo surrealismo soft, divertente e divertito nel gioco della cultura e delle citazioni. Eppure qualcosa sempre interviene (un segno, un ricordo d’immagine, un’accostamento, un’enfatizzazione o una deformazione) che riporta l’operazione al baricentro di una gravità di ben altra natura e sostanza. Qualcosa - un “peso”, una concretezza di fondo dell’immagine - che viene a dire alla sensibilità del riguardante che non siamo di fronte ad un gioco, che non siamo di fronte ad una gratuita o anonima enigmaticità figurale, comunque esibita nella felicità di un indubbio virtuosismo tecnico. Che, insomma, non siamo di fronte ad un’operazione consolatoria o decorativa, sia pure intelligente, rispetto alla nostra realtà odierna, bensì ci troviamo dinnanzi al lavoro di scavo di un vero poeta: lavoro che per la sua stessa natura costitutiva ci appare rischioso e precario ma, al tempo stesso, tanto più prezioso quanto più ambiguo, più dilatato, più complessivo. Se c’è una strada parallela da indicare per lui e per i suoi motivi ispiratori - e certo su questo ci sarà ancora da riflettere per tutti -personalmente oggi la vedrei nel Realismo magico romano, e in quei curiosi fili che reciprocamente si intrecciarono tra quell’esperienza e quella dei Sei di Torino, in anni ormai lontani ma che hanno profondamente segnato la situazione artistica piemontese. Ma non è la filologìa che davvero può interessarci qui. Ripeterò, invece, che un lavoro come quello di Grobberio è importante e significativo oggi soprattutto per quello che non è, vale a dire per quello che ha scelto di non essere grazie all’intensità evidente del suo rapporto poetico con la realtà, con i problemi esistenziali che essa pone all’uomo d’oggi. E’ pittura vera, la sua, controcorrente, coraggiosa, risoluta e compiuta.
E davvero, senza dover essere a tutti costi moralistici, di quanta vera pittura oggi abbiamo bisogno! E ne abbiamo bisogno perché possano il sogno e l’immaginario, l’amore certosino e coltivato per le sapienze manuali del dipingere, la sacrosanta ambiguità della poesia e del racconto interiore: tutto ciò insomma, che anche Grobberio con forte personalità viene qui esprimendo, possano - dicevo - sopravvivere a dispetto di tutti gli auditel artistici, e possano crescere nella sensibilità di noi tutti, oggi così frastornata dalla televisione e dalle mode, dall’appiattimento inaudito del pensiero e del gusto, per affermare il diritto degli uomini ad una vera poesia. |
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