I lacandones vivono
nascosti nella foresta tropicale dello stato messicano del Chiapas, nell'antico
cuore dell'impero Maya. Nessuno sa con esattezza da dove provengono i circa
500 membri della tribù che vivono, suddivisi in tre gruppi, in questa
giungla. Si sa solo che sono i più diretti discendenti degli antichi
maya che in questa zona hanno costruito le città reali di Palenche,
Yaxchilan e Tikal e che circa nel 900 d.C. sono scomparsi misteriosamente,
quasi da un giorno all'altro, se si paragona il veloce declino con la millenaria
esistenza. Le loro fisionomie mostrano molte similitudini con i bassorilievi
maya, ritrovati in questa zona dai primi avventurieri, archeologi e tagliatori
di legno di passaggio. I lacandones sono riusciti a mantenere
gran parte della loro identità ritirandosi sempre più nella
selva . Racconta la loro storia Chankin Viejo, il vecchissimo sciamano
dei lacandones di Nahà. Sembra assente, chiuso in un altro tempo
e in un altro mondo quando parla con voce bassa, disegnando cerchi e simboli
nello spazio tra i suoi piedi ed il fuoco: “Tutto si muove in cerchi. Noi
crediamo che il tempo sia nato dal movimento del cerchio”. Indica i simboli
nella sabbia. “Non cerchi piccoli come questi ma grandissimi, ognuno dei
quali definisce un ciclo di vita della Terra. Oggi viviamo alla fine del
quinto ciclo. Prima di questi ve n'erano altri quattro. Il mondo si muove
attraverso cicli per rinnovarsi, per migliorare”. Segue col dito uno dei
simboli. “Il primo fu il ciclo dei giganti che furono uccisi dai giaguari.
Il secondo fu distrutto dal grande vento e tanti uomini morirono. Quelli
che si salvarono divennero scimmie. Nel terzo mondo c'erano uomini nuovi,
nati dalle scimmie ma anche questo fu distrutto dalla pioggia di fuoco
e i sopravvissuti si sollevarono come uccelli. Il quarto mondo terminò
con un grande diluvio. I sopravvissuti diventarono pesci e dai pesci nacquero
nuovamente uomini. Il quinto ciclo, quello nel quale viviamo, nacque dal
movimento. Fu il dio Chuculchan ad iniziarlo. Quando sarà giunta
l'ora terminerà in movimento”. Il vecchio indiano muove le mani
su e giù come per imitare un terremoto. Gli chiedo se sa che
tutt'intorno la foresta sta per essere distrutta. Lui fa cenno di sì.
“Xù tan!”, dice. E' la parola maya che indica “fine del mondo”.
Non mi sembra molto preoccupato. “Anche i lacandones stanno perdendo la
saggezza acquistata in secoli di convivenza armoniosa con la natura. La
religione bianca non insegna il rispetto per la madre selva, né
per l'acqua, né per il grande cerchio. Così il mondo si sta
inclinando, la bilancia pende e si dovrà rinnovare. Così
sarà”. Oltre a Bonampak, in questa regione si trovano le rovine
di Tikal, Uaxactun, Aguasteca, El Naranjo, Ceibal, Nakum e molte altre.
Si stima che solo un terzo del patrimonio maya è stato scoperto.
Ritornato nella casa di Chankin Viejo mi preme sapere perché quest'impero
si è sgretolato all'apice del suo potere. Se è vero che nei
loro riti si collegano con il passato, forse, lui conosce la risposta.
“Era come oggi! I regnanti e i preti vivevano sulle spalle dei poveri,
erano in molti e pretendevano molti contributi. I sacerdoti volevano templi
sempre più grandi. Le città erano molto popolate e tutti
vivevano a spese della foresta. Il resto, te lo puoi immaginare”. Fuma
un sigaro fatto di tabacco selvatico con aria pensierosa. “C'erano, a quei
tempi, dei giovani guerrieri che pensavano ci fossero troppi preti, troppi
nobili e troppi templi. Dicevano che Chuculchan voleva che iniziasse un
nuovo ciclo, che lasciassero le città, ritornassero nella giungla
e dimenticassero tutto, anche i nomi dei giorni del grande calendario.
Volevano che tutto finisse come era cominciato, nella giungla, lontano
dalle città. Loro inventarono le frecce per poter vincere le guardie
del re. Erano frecce come queste”. Chankin punta il dito verso il luogo
dove è appeso il suo arco e le frecce. “Uccisero i nobili e i preti
assieme alle loro famiglie, poi abbandonarono le città e molti li
seguirono”. “Quello che i giovani guerrieri prevedevano si è
avverato, la foresta coprì i templi, la gente visse in capanne lontano
dalle città e tra di loro non c'erano più preti. Anche i
nomi degli Dei furono
presto dimenticati così come il grande calendario”. Chankin è
diventato serio. Gli chiedo se mi sta dicendo che la fine dell'impero fu
causato da una rivoluzione contro regnanti incapaci. Il vecchio mi guarda
da lontano. “Ki'iba a wilik”, dice alzandosi. “Stà attento a quello
che vedi”. Quello che vedo è che anche oggi ci sono giovani ribelli
nella giungla. Sono armati non di frecce ma di kalaschnicov. Incontro uno
di loro, Carlos, vicino al fiume Usumacinca: “E' arrivato il tempo per
il cambiamento”, dice. “Siamo scappati dal Guatemala e i Lacandones ci
hanno ospitati. Oggi ci proteggiamo a vicenda”. I ribelli maya dei nostri
giorni si nascondono nella giungla lacandona per fuggire ai commandos dell'esercito
guatemalteco che ogni tanto li segue fin qui. I lacandones con il loro
solito stoicismo, tollerano la presenza di migliaia di rifugiati anche
se ciò rappresenta un impatto difficile per loro. Fino ad oggi la
presenza compatta dei lacandones si opponeva all'intrusione indiscriminata
dei campesinos ed hacienderos che bruciano la foresta per un paio d'anni
di raccolta e di pascolo. Erano anche loro a regolare il volume del taglio
del Mahagony e del “Ceiba”. Adesso, però, ci sono segnali che indicano
come questa compattezza si stia erodendo e si sente fortemente nel villaggio
di Chankin. L'esistenza di fazioni opposte aumenta la tensione nell'intera
tribù. Tutto succede in modo nascosto e, alle mie domande, rispondono
che sono affari loro. Poi Chankin sembra di nuovo di buon umore. Mi dice
che è stato eletto un rappresentante dell'ala conservatrice, un
protettore dei valori tradizionali, anti-progressista ed anti-stranieri.
Forse, un altro ciclo sta per finire.
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