Livio Caputo
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1988-1998,  il decennio che ha cambiato la faccia dell'Europa.  
Dieci anni fa, alla vigilia della  caduta del muro di Berlino, l'URSS era ancora la seconda superpotenza del mondo, con un arsenale nucleare in grado di incenerire il globo, Forze armate agguerrite e bene equipaggiate e un impero che si estendeva dall'Elba al Mar del Giappone e dal Mare Artico al Pamir, con l'aggiunta di un certo numero di Paesi satelliti sparsi tra l'Africa e i Caraibi.  
Nel frattempo questo gigante, protagonista assoluto di quasi tutto il XX secolo, si è letteralmente dissolto, e al suo posto c'è solo un mucchio di rovine: il Patto di Varsavia è ormai un ricordo lontano, l'Unione Sovietica si è frantumata in ben quindici Stati e il suo nucleo centrale, la Russia, è ridotto nei confini di tre secoli fa e sopravvive soltanto grazie a periodiche elargizioni dell'Occidente.  
Il sistema economico comunista, che l'URSS aveva creato per prima dopo la Rivoluzione d'Ottobre ed aveva poi cercato di esportare - un po' con le buone e molto con le cattive - in tutto il mondo, sopravvive ormai soltanto nella Corea del nord, a Cuba e (con fortissime “contaminazioni” capitaliste) nella Repubblica popolare cinese. E' vero che nei ricchi Paesi occidentali, Marx ha ancora i suoi nostalgici, che per ironia della storia sono in grado di esercitare (vedi i casi francese e italiano) più influenza oggi che ai tempi in cui il “fattore K” precludeva loro l'accesso alla  
stanza dei bottoni. Ma coloro che si fanno chiamare “comunisti” sono in netta diminuzione, e anche chi lo è rimasto nell'animo preferisce spesso, per pudore e per opportunismo,  assumere altre denominazioni. 
Dove il disastro (portato non solo dal comunismo, ma anche dall'oggettiva difficoltà di riformare il sistema e convertirlo all'economia di mercato), è più visibile, è senz'altro in Russia.  
Sarebbe ingeneroso dire che Eltsin e i suoi più giovani e intraprendenti collaboratori, non abbiano cercato - compatibilmente con la situazione politica interna - di affrontare il problema alle radici.  
Purtroppo, il Paese è ben lontano dall'avere trovato un suo equilibrio, e versa oggi in condizioni pressoché intollerabili. Poche migliaia di uomini d'affari si sono inseriti con successo nel meccanismo delle privatizzazioni, accumulando fortune di proporzioni scandalose e di origini assai dubbie, dando vita a una “mafia russa” che fa ormai sentire la sua presenza in mezzo mondo.  
Decine di milioni di altri cittadini, soprattutto pensionati e dipendenti pubblici, sono precipitati in una miseria così nera, che l'Economist scrive di loro: “E' un mistero come riescano a sopravvivere”. Buona parte dei lavoratori, tra cui insegnanti, minatori, e militari, non ricevono lo stipendio da mesi e sono costretti ad arrangiarsi con baratti e lavoretti in nero. Le strade delle città sono piene di mendicanti, di ubriachi e di piccoli criminali alla caccia di chi possieda qualcosa più di loro. E a seguito del tracollo della società civile e dei servizi sanitari, la vita media è scesa  progressivamente a 58 anni, un livello inferiore perfino a quello di molti Paesi del Terzo Mondo. 
Lo Stato stesso, prima onnipotente e onnisciente, sembra essersi disfatto, con conseguenze paradossali in un Paese che, dagli Zar a Brezhnev, aveva conosciuto sempre e soltanto regimi autoritari: l'Erario non riesce più a riscuotere le tasse, i poliziotti non fanno più rispettare la legge, il Cremlino non ce la fa a imporre la sua volontà alle provincie, l'Esercito si ritrova impotente perfino nel reprimere la ribellione cecena.  Invece della libertà, i russi hanno avuto l'anarchia, e molti hanno cominciato a rimpiangere il vecchio ordine, in cui vigeva sì il principio che i cittadini fingono di lavorare e lo Stato finge di pagarli”, ma almeno un tozzo di pane era garantito a tutti: questi nostalgici, in buona parte anziani che magari sotto il comunismo si erano assicurati una nicchia privilegiata e adesso sono costretti a sopravvivere senza rete, formano il nocciolo duro dell'elettorato del boss comunista Zhuganov e della folta rappresentanza che il partito ha tuttora alla Duma. 
 Questo quadro di desolazione, percepibile anche a Mosca e San Pietroburgo, dove pure è in parte mascherato dalla vistosa presenza della nuova nomenklatura, si fa più acuto a mano a mano che ci si allontana dalle grandi metropoli. Molte città di provincia, da Kostroma vicino a Mosca a Petropavlosk nella penisola di Camciatka, sono rimaste per mesi senza elettricità e senza gas perché non pagavano le bollette. In molte  ex fattorie collettive si è tornati a una forma di economia di sussistenza, perché è stato impossibile riconvertire i contadini “dipendenti dello Stato” in imprenditori, o anche solo procedere a una ridistribuzione delle terre e di quel poco che ancora funziona del macchinario agricolo.  Migliaia di fabbriche obsolete, che producevano in perdita per il mercato chiuso di un tempo, hanno dovuto essere liquidate senza che ai dipendenti potesse essere offerta una occupazione alternativa. Risultato, una disoccupazione che, dopo essere stata (almeno sulla carta) zero per tre generazioni, è ora balzata al dieci per cento e continuerà a crescere a mano a mano che il governo applicherà le misure di austerità richieste dal Fondo Monetario internazionale in cambio del maxiprestito di luglio. 
Nessuno si aspettava che la conversione di un Paese gigantesco come la Russia all'economia di mercato sarebbe stata indolore.  
A rendere il compito più difficile rispetto agli altri Paesi dell'Est, che ormai sono addirittura in grado di bussare alle porte dell'Unione Europea, hanno concorso una serie di fattori negativi non trascurabili. Anzitutto, a Mosca, il regime comunista è durato 70 anni, contro i 35-40 di Varsavia o di Budapest, con relativa perdita di qualsiasi tradizione imprenditoriale e di lavoro autonomo; in secondo luogo, la burocrazia comunista russa, abituata a comandare in tutta l'ex URSS, è stata in grado di offrire una resistenza alle riforme molto più tenace di quella che potessero mettere su quella polacca o ceca, che hanno preferito saltare sul carro del vincitore anziché arroccarsi in difesa dei propri privilegi.  
Infine, per le stesse dimensioni del Paese, le disfunzioni delle sue amministrazioni periferiche e la “rendita imperiale” di cui l'URSS godeva, le sacche di inefficienza e di parassitismo annidate nella sua economia erano molto più grandi (e difficili da eliminare) di quelle degli ex satelliti. 
A questi peccati originali si sono aggiunti, strada facendo, altri inconvenienti di non poco conto: il principale è, forse, la mancanza di una nuova classe dirigente con la determinazione e la preparazione necessaria per un compito così difficile. L'Occidente ha deciso fin dall'inizio di puntare tutte le sue carte su Boris Eltsin, l'uomo che, nel 1991, liquidò Gorbaciov e riuscì poi a resistere - con indubbio coraggio - a due tentativi di restaurazione.  
Ma, per quanto abbia “visto la luce” prima degli altri (Gorbaciov lo destituì dieci anni fa da segretario del partito di Mosca per quello che giudicava un eccesso di zelo riformatore), “Corvo Bianco”rimane pur sempre un ex boss comunista di provincia, che sa poco o nulla di economia, meno ancora di democrazia e ha da sempre il vizio di alzare troppo il bicchiere.  
A questi difetti di fondo si sono aggiunti negli ultimi anni gravissimi problemi di salute, che ne hanno minato le facoltà intellettuali e la capacità lavorativa al punto che ormai solo il 4 per cento dei russi approva il suo operato. Se, nonostante le frequenti gaffe commesse anche nei rapporti internazionali, all'estero si parla ancora di lui con un certo rispetto, in patria la sua credibilità è scesa da tempo a livelli abissali e ogni qualvolta le acque si agitano si parla della opportunità di una sua sostituzione prima della scadenza del  secondo mandato presidenziale del 2000. Né giova alla sua reputazione il fatto che abbia chiamato al suo fianco la figlia Tatiana, sospettata addirittura di coltivare in proprio ambizioni presidenziali. 
Se Eltisn è pieno di difetti, non molto più efficaci sono stati i suoi principali collaboratori. L'uomo che ha retto più a lungo (cinque anni !)le sorti del governo, Viktor Cernomirdin, e che ora che è stato sollevato dalle sue responsabilità medita di correre a sua volta per la presidenza della Repubblica, è un astuto navigatore che viene dalle file della vecchia nomenklatura, ed è sempre stato più interessato alla propria sopravvivenza che al processo di riforme. Il suo successore Sergei Kirienko, trentacinquenne tecnocrate senz'altro meno “segnato” dal precedente regime, non sembra possedere né l'autorità, né la competenza necessarie per imprimere una vera svolta al Paese.  
Questa sarebbe potuta venire, forse, dal più brillante degli uomini nuovi, il volitivo e spregiudicato Anatoli Ciubais, detto il Grande privatizzatore, autore dei più audaci piani di ristrutturazione e interlocutore preferito del Fondo Monetario  Internazionale.  
Ma in occasione di uno dei tanti compromessi che ha dovuto concludere con la maggioranza nazional-comunista della Duma (Zhuganov più Zhirinovski, Eltsin è stato costretto a sacrificare lui e la sua squadra di giovani tecnocrati, estromettendoli dal Ministero delle Finanze.  
E' vero che, al momento del bisogno, cioè quando due mesi fa si è trattato di negoziare con l'Occidente il megaprestito necessario a salvare la parità del rublo e a ricostituire le ormai esauste riserve della Banca di Russia, Eltsin ha finito, ancora una volta, con il rivolgersi a lui. Ciubais è caduto per il cosiddetto “scandalo dei 90 mila dollari”, cioè la presunta tangente, mascherata da anticipo per un libro, che egli avrebbe ricevuto da uno dei sette Gruppi Industriali Finanziari che si spartiscono il potere.  
In realtà, la sua colpa principale, agli occhi dei magnati della finanza che hanno portato in piazza questo affare è di avere tentato di fare passare il Paese dalla fase del capitalismo d'assalto, senza regole, a un capitalismo per così dire civilizzato,  con regole eguali per tutti fissate e imposte dallo Stato.  
In altre parole, per avere tentato di imporre quelle riforme che, agli occhi degli stranieri, sono indispensabili per vincere la diffidenza del capitale occidentale nei confronti della Russia e consentire finalmente lo sviluppo di quelle immense risorse naturali - petrolio, metano, diamanti e molto altro ben di Dio - che dovrebbe consentire al Paese di uscire dal tunnel. 
La caratteristica più inquietante dell'attuale assetto del potere in Russia è proprio il peso esercitato da questi Gruppi, autentici giganti in perenne lotta tra loro che si contendono i bocconi migliori delle privatizzazioni, interferiscono continuamente nell'attività del governo e attraverso il controllo dei “media” più importanti riescono a influenzare pesantemente la pubblica opinione.  
Due anni fa, essi si accordarono temporaneamente per fare rieleggere Eltsin alla presidenza, nella certezza che egli avrebbe garantito meglio il loro status del comunista Zhuganov o del populista generale Lebed. Ma, subito dopo, di fronte a una nuova fase delle privatizzazioni, l'alleanza si ruppe, dando vita alla cosiddetta “guerra delle banche” che ha influenzato profondamente anche i successivi sviluppi politici. Protagonisti principali due supermiliardari, Valerij Potanin, presidente della Oneksimbank e grande amico di Ciubais, e Boris Berezovski, capo della conglomerata Logovaz e tessitore di una rete di interessi che coinvolge anche il monopolio Gazprom, il gruppo mediatico industriale Most e il potente sindaco di Mosca Juri Luzhkov.  
L'intreccio di interessi tra questi gruppi, e le grandi compagnie straniere con cui si alleano di volta in volta, è misterioso quanto impressionante, estendendosi dallo sfruttamento delle risorse minerarie alla costruzione dei grandi oleodotti, dal business delle telecomunicazioni alla riqualificazione di quanto rimane della grande industria.  
Esso finisce per sovrapporsi, se non proprio a sostituirsi, alla lotta politica vera e propria, che vede una Duma teoricamente controllata dall'opposizione, ma ridotta sostanzialmente sulla difensiva dalla natura presidenziale della Costituzione, dalla corruttibilità di molti deputati e dalle oggettive differenze di interessi  tra i vari gruppi parlamentari ostili al governo. 
Il risultato è che - nonostante un sostanziale rispetto della democrazia formale - il Palazzo moscovita ha assunto connotati più bizantini che occidentali, con una netta prevalenza dei non eletti sugli eletti e raccapriccianti conflitti d'interesse. 
Per fortuna, i problemi di politica estera sono rimasti sostanzialmente fuori da questo bailamme,  la ratifica dei grandi trattati sul disarmo non appare compromessa e il governo - almeno in apparenza - mantiene saldamente il controllo dell'arsenale nucleare ereditato dall'URSS. Periodicamente si profila la minaccia di un golpe militare, favorito da un lato dalla comparsa sulla scena politica di numerosi generali, da Alexander Lebed ad Andrei Nikolaiev, da Albert Makashov a Alexander Barkashov, dall'altro dalle condizioni disastrose in cui è ridotta a vivere la truppa, cui nella scorsa estato sarebbe stata addirittura somministrato mangime per cani.  
Ma mentre è assai probabile che, se chiamato a intervenire, l'esercito si rifiuterebbe di sparare su dimostranti, dissidenti o scioperanti, esso appare troppo lacerato e paralizzato dal problema della sopravvivenza per assumere un ruolo di primo piano. 
 In politica estera, invece, la Russia è riuscita a evitare quella eclisse che le sue condizioni interne facevano presumere. Anzi. Con l'aiuto di quella vecchia volpe della diplomazia sovietica che è il ministro degli Esteri Primakov, Eltsin ha ottenuto alcuni successi di rilievo, che avallano anche la decisione delle grandi potenze occidentali di includere la nuova Russia nel G-8 e lo hanno aiutato nello sforzo di ottenere in luglio un nuovo puntello finanziario per il rublo. Nel suo bilancio del 1997-98 ci sono almeno tre operazioni riuscite.  
La prima è la definitiva ricomposizione del dissidio con la Cina, per quanto riguarda sia la definizione delle frontiere, sia la cooperazione economica nell'Asia centrale e orientale.  
La seconda è il ritorno della Russia sulla scena mediorientale, in veste di mediatrice tra Clinton e Saddam, solo in parte con il consenso dell'America.  
La terza, sicuramente più effimera, è costituita dal tentativo di stabilire una specie di filo diretto con Bonn e Parigi, al di fuori del controllo di Washington, nel tentativo di trasformare il rovescio subito con l'allargamento della NATO a Est in un successo. 
Fino a quando il Cremlino sarà totalmente dipendente dagli aiuti economici occidentali per la propria sopravvivenza questo “ritorno” non riveste caratteri particolarmente minacciosi. Ma se, putacaso, a Eltsin e al suo governo dovesse subentrare, con un processo eversivo o anche con un processo democratico, un governo diverso, queste spinte potrebbero pesare assai sul futuro dell'Europa. Scrive l'Economist: “Se le cose continuassero ad andare male, in Russia potrebbe prevalere un regime non proprio fascista, ma ultranazionalista, imbevuto di panslavismo, di antisemitismo e di xenofobia, ansioso di riassorbire l'Ucraina e la Bielorussia e di rendere la vita impossibile ai Paesi Baltici. In termini economici, questo regime sarebbe protezionista, corporativo e contrario ad ulteriori privatizzazioni, dell'industria come della terra. Esso verrebbe probabilmente a patti con le grandi conglomerate, ma le costringerebbe a mettersi al suo servizio. L'esercito e gli eredi del KGB tornerebbero a pesare, e la stampa sarebbe subito imbrigliata.  
La Russia diventerebbe un Paese arrabbiato, né democratico, né prospero, né in buoni rapporti con i suoi vicini: uno scenario, francamente, da incubo”. 
E' anche per scongiurare questa deriva autoritaria che, due mesi fa, Clinton e i suoi colleghi sono passati sopra a ogni prudente considerazione economica e hanno deciso di buttare un altro grosso pacco di dollari nel calderone russo.  
Ma questo basterà soltanto se Eltsin, o chi per lui, saranno in grado di fare inghiottire al popolo russo anche l'amara medicina necessaria perché i più di 20 miliardi di dollari stanziati portino a una definitiva stabilizzazione. 
 
1988-1998,- the decade that has changed the face of Europe.  
Ten years ago, on the eve of the Berlin wall coming down, the USSR was still the second world superpower. 
All that remains in its place is a heap of ruins: the Warsaw Pact is by now a distant memory; the Soviet Union is fragmented into no less than fifteen states and its central nucleus, Russia, has shrunk within the borders of three centuries ago; it is caught up in the spiral of endless economic crises and only survives thanks to the periodic donations of the West.  
It would be less than generous to say that Yeltsin and his young entrepreneurial cohorts have not sought - compatibly with the home political situation - to confront the problem at its roots. However, the results are there for all to see: general chaos.  
Today, the country is in practically intolerable straits. A few thousand businessmen have successfully gotten involved in the privatization mechanisms, accumulating fortunes of scandalous proportions and of dubious origins for themselves.  
Thus has arisen the so-called “Russian mafia” that now makes its presence felt in half the world. Tens of millions of other citizens, especially pensioners and public employees, have fallen into a despair so intense that the “Economist” was commenting on them even before this last monetary crisis: “It is a mystery how they are able to survive”.  
Many workers, including teachers, miners and the military, have not received their paypackets for months on end and are constrained to getting by with bartering and moonlighting. The city streets are full of beggars, drunks and petty crooks on the lookout for anyone having more than they. The banking crisis has burnt the savings of small investors. And following the collapse of the civil and health services, the average life span has steadily fallen to 58 years,- a level that is even less than that of many Third World countries.  
The State itself, previously all-powerful and all-knowing, seems to be defeated. This has paradoxical consequences in a nation which, from the Czars to Brezhnev, had always and only known authoritative regimes.  
The Treasury is not capable of collecting taxes, the police no longer enforce the Law, the Kremlin does not bother to impose its will on the provinces, and the Army finds itself nothing less than impotent in suppressing the Checnyan rebellion.  
Instead of freedom, the Russians have endured anarchy and many have begun to hanker after the old order when the principle prevailed that “the citizens pretend to work and the State pretends to pay them” but everyone was guaranteed at least a chunk of bread.  
This scenario of desolation, perceptible also in Moscow and St. Petersburg, where it's true that it is partly toned down by the conspicuous presence of the new nomenclature, is seen to be more acute the more one distances oneself from the great cities.  
The result: an unemployment rate that, having been zero (at least on paper) for three generations, has now sprung to ten per cent and will continue to steadily rise as the government applies the austerity measures demanded by the International Monetary Fund in exchange for July's maxi-loan.  
No-one expected that the conversion of a giant country like Russia to a market economy would ever be painless.  
What makes the task more difficult compared to other Eastern European nations, who now feel confident enough to knock on the door of the European Union, is that a series of not insignificant negative factors have concurred. 
First of all, the communist regime reigned for 70 years in Moscow, as against 35-40 years for Warsaw and Budapest, with the related losses of any entrepreneurial traditions and self-reliant working. Secondly, the Russian communist bureaucracy, accustomed to being in charge of all the ex-USSR, have been able to resist the reforms much more tenaciously than the Poles or Czechs, who preferred to jump on the winners' bandwagon. And finally, due to the very dimensions of the country, the dysfunctioning of its peripheral administrations, and the “imperial means” that the USSR enjoyed, the amount of inefficiencies and parasitism nourished in its economy were much greater (and much more difficult to eliminate) than those of the former satellite States. 
The West decided right from the beginning to back Boris Yeltsin, the man who, in 1991, got rid of Gorbachov and was able to resist - with undoubted courage - two restoration coup attempts.  
However, even though he had “seen the light” before the others (Gorbachov removed him from office as Moscow party secretary ten years ago for what he judged was an excess of reforming zeal), the “white raven” is still seen as an ex-communist provincial boss who knows little or nothing about economics, still less about democracy and who has always had the vice of raising the elbow too often.  
If Yeltsin is full of defects, his main collaborators are not much more efficient.  
Viktor Chernomyrdin, the man who bore the destiny of the government from 1993 to 1998, was dismissed from his post last Spring and has now been recalled to the Kremlin as the only possible “savior of the homeland”, is an astute navigator who comes from the ranks of the old nomenclature and has always been more interested in his own survival than in the reform process. 
In fact, more steps backward rather than forward are expected from his return to power, in the best soviet tradition. Sergei Kiriyenko, the thirty five year-old technocrat who had briefly held the post, was without doubt less “marked” by the previous regime and started off full of good intentions. However, he soon paid the price for his inexperience and lack of political weight and was sent back home before being able to steer a new course. 
Perhaps this might have come from the most brilliant of the “new men”, the resolute and unbiased Anatoli Ciubais called the “great privatizer”, creator of the more audacious restructuring plans and the preferred interlocutor of the IMF.  
However, on the occasion of one of the many compromises that had to be agreed with the nationalist-communist majority in the Duma (Zhuganov and Zhirinovski), Yeltsin was constrained to oust him from the Ministry of Finance and, after  Chernomyrdin's return, to also take away his key assignment as “ambassador” to the IMF. Officially, Ciubias fell from grace for the so-called “90 thousand dollar scandal”, i.e. the presumed kickback disguised as a prepayment for a book, that he would have received from one of the seven Industrial Financial Groups that share the power. In reality his main blame, according to the finance magnates who brought this affair to light, lies in having tried to shift the country from the no-rules, aggressive capitalism phase to a civilized capitalism, so to speak, with the same rules for everyone, fixed and imposed by the State.  
One of the more unsettling characteristics of the power aspect that seems to come out of this latest crisis is the bearing that these Groups have, these true giants in perrenial struggle amongst themselves, that compete for the best bites of the privatization pie, continually interfere in Government business and, through control of the most important media, are able to strongly influence public opinion. Two years ago, they temporarily agreed in helping Yeltsin's re-election to the Presidency, in the certainty that he would have better guaranteed their status than the communist Zhuganov or the populist General Lebed. Immediately afterwards, however, in the face of a new privatization phase, the alliance was shattered and this gave rise to the so-called “war of the banks” which also profoundly influenced successive political events.  
The interlacement of interests among these groups, and the large foreign companies they have alliances with from time to time, is as mysterious as it is impressive. It ranges from the exploiting of mineral resources to the construction of giant oil pipelines, from telecommunications to the rehabilitation of what remains of the large industries. At least until August's economic and financial crisis, it had superimposed itself upon, if not exactly replaced, the real political struggle. Now the Duma, theoretically controlled by the Opposition but reduced to being on the defensive by the presidential nature of the Constitution, the corruptibility of many parliamentarians and the objective differences of interest among the various parliamentary groups hostile to the government, will seek to get its revenge.  
Fortunately, foreign policy problems have so far remained substantially unaffected by this turmoil.  
Ratification of the grand disarmament treaties does not appear to be impaired and the government - at least in appearance - has been able to maintain control of the nuclear arsenal inherited from the USSR.  
In effect, it's only in foreign policy that Russia is able to avoid the eclipse that its home conditions would cause to surmise. With the aid of that old fox of Soviet diplomacy who is the Minister of Foreign Affairs Primakov, Yeltsin has even achieved some important successes that in some ways justifies the decision of the great Western powers - which seems a little strange in the light of this latest crisis - to include the new Russia in the G-8 club. Taking stock of the 1997-98 period, there are at least three successful transactions.  
The first is the definitive settlement of the differences with China, regarding both border demarcations and economic co-operation in Central and Eastern Asia. The second is the return of Russia to the Middle-eastern scene, in the robes of mediator between Clinton and Saddam, even if only partly with America's consent. The third deal, though thwarted by this latest crisis, is the attempt to establish a sort of direct line with Bonn and Paris, outside of Washington's control.  
As long as the Kremlin is totally dependent on Western economic aid for its very survival, this “return” does not hold any particularly threatening features. But if by any chance a different type of power should take over from Yeltsin and his new government, either subversively or by democratic means, then these forces could weigh very heavily on the future for Europe.  
It is also to head off this arbitrary drift that, two months ago, Clinton and his allies acted beyond any prudent economic considerations and decided to throw another large bag of dollars into the Russian cauldron.  
Unfortunately, this was not enough to stabilize the situation and, with the crisis this August, Russia has taken another step towards the abyss, or at least meltdown, whose international effects could be likewise dangerous.  
 
 
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