"Cyclo, mister?
Best transportation in town".
Il pensiero che quel ragazzino magrolino
e sudato fatichi per trasportarmi in questo clima micidiale mi dà
fastidio.
Ripensandoci però capisco che
le mie considerazioni etiche sono quello di cui ha bisogno
di meno, visto che il suo problema è sopravvivere. Ambizioso e intraprendente
come il nuovo Vietnam, Song si propone con tariffa scontata, se lo ingaggio
come guida per l'intyera giornata.
Scopro così che il
cyclo è il mezzo perfetto per girare in questa città che
ha intensificato di molto il ritmo di vita e che in pochi anni è
cresciuta in modo selvaggio.
Qui
nella città che una volta si chiamò Saigon, convivono templi
dell'età imperiale, case in stile coloniale francese, edifici e
monumenti dell'era comunista e ultramoderni palazzi che rispecchiano l'apertura
al capitalismo globale, nel quale i paesi sud-est asiatici rischiano di
perdersi e di assomigliarsi.
Misurando le distanze per
frenare il meno possibile, dando precedenza ai più forti e facendosi
strada senza scrupoli tra i più deboli, Song naviga lungo i vialoni
come un canottiere veneziano.
Seduto in alto dietro di
me, pedala tranquillamente in questo caos incredibile di veicoli di ogni
provenienza e cilindrata. Senza fretta passiamo eleganti boulevard,
mercati pieni di merce esotica e
viuzzze strette di Chinatown.
Lì dove il boulevard
Le Loi incrocia il boulevard Nguen Huè è la zona trendy,
piena di gallerie, caffè, club privati e negozi di lusso e d'antiquariato.
Come tutti i suoi colleghi,
Song porta nel portafoglio biglietti da visita di alcuni locali per soli
uomini. Si tratta di posti dove bere accompagnati da belle ragazze.
Chi volesse di più
rimarrebbe deluso.
Il regime comunista non
sarà riuscito ad eliminare la povertà, ma almeno ha sradicato
la prostituzione, specialmente quella minorile, dilagante invece nei paesi
confinanti come Thailandia e Cambogia.
In un vecchio quartiere
popolare di Ho Chi Min City, pieno di pensioncine a poco prezzo, frequentate
da viaggiatori che al tour-operator preferiscono la guida Lonely Planet,
ci fermiamo per mangiare in un locale sulla
strada in compagnia di gente del quartiere. Si mangiano specialità
a base di riso e pasta sottile, pesce fritto e ravioli cotti al vapore.
Le strade sono piene di
persone che si danno da fare in modo inimmaginabile. Tutto il paese sembra
preso da una frenesia di sviluppo economico impensabile solo pochi anni
fa.
Il turismo è aumentato
di molto, diventando una importante fonte di reddito.
Lo status symbol più
desiderato dai giovani naturalmente non è un cyclo, ma una motocicletta
giapponese semi automatica che raggiunge i 100 km orari, sogno difficilmente
realizzabile per Song, che guadagna in media due dollari al giorno.
I soldi messi da parte poi
se ne vanno per la riparazione di una gomma o per l'acquisto di una sella
nuova. Inoltre, due volte alla settimana, deve portare i soldi da un uomo,
per pagare la licenza.
"Cosa succederebbe se tu
non pagassi?", chiedo con in mente la storia del film "Cyclo":
"Di solito non ci sono problemi.
Se però continuo a non pagare, mi tolgono il cyclo".
Ritornando al centro, Song
mi fa notare un enorme edificio abbandonato. E' la vecchia sede dell'ambasciata
statunitense.
Fu invasa la notte tra il
30 e il 31 gennaio 1968 da un commando di 19 giovani vietcong che s'aprirono
la strada nel muro di cinta con i bazooka e innalzarono la bandiera rossa
sul tetto.
Altri gruppi di combattenti,
vestiti con il tipico pigiama nero dei contadini, assalirono alberghi requistiti
da ufficiali americani, attaccarono caserme, occuparono e distrussero il
palazzo presidenziale, e attaccarono il quartier generale delle forze americane,
il comando della "Seventh Air
Force" e quello del "South Vietnam Joint General Staff".
Di questa guerra che oppose
per più di dieci lunghi anni questo piccolo popolo di contadini
alla più grande potenza del mondo, non sono rimaste ferite visibili.
Per vedere quelle invisibili,
bisogna andare al museo "Crimini di guerra".
Attraverso, assieme a Song,
le sale riempite di testimonioanze del terrore e della violenza.
Ci sono strumenti di tortura
usati dagli americano per
far parlare i loro prigionieri. Ci sono alcune delle bombe che
furono sganciate su questo paese in numero maggiore che sull'intera Europa
durante tutta la seconda guerra Mondiale. Bombe defolianti e al napalm
che distrussero foreste e villaggi.
Usciamo, sconvolti dalle
foto di un gruppo di marines che posano orgogliosi, mentre staccano la
testa a un vietnamita.
Quando Song è nato
la guerra era già finita.
Come gran parte dei suoi
coetanei si interessa più di
musica che di politica.
La sua famiglia vive nel
distretto numero quattro, uno slum lungo il canale Ben Nghe.
La madre esegue piccoli
lavori casalinghi, mentre il padre, svuotato da lunghi anni di lavoro,
malato e senza pensione è steso su una stuoia per la maggior parte
del giorno.
Anche se formalmente è
un paese comunista, il Vietnam è lontano dall'essere uno stato welfare.
Il sistema sanitario è
alle strette e mancano i soldi per le medicine.
Quando Song mi riaccompagna
in albergo sono le quattro di mattina. Ci scambiamo gli indirizzi con la
promessa di rivederci un giorno. Poi monta sulla sella del suo cyclo e
sparisce nel buio.
Nell'aria rimane per alcuni
attimi il suono dolce del campanellino di un ricsciò.

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