testo e foto di Hannes Schick
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"Cyclo, mister?  
Best transportation in town".  
Il pensiero che quel ragazzino magrolino e sudato fatichi per trasportarmi in questo clima micidiale mi dà fastidio.  
Ripensandoci però capisco che le mie considerazioni etiche sono quello di cui ha bisogno di meno, visto che il suo problema è sopravvivere. Ambizioso e intraprendente come il nuovo Vietnam, Song si propone con tariffa scontata, se lo ingaggio come guida per l'intyera giornata. 
Scopro così che il cyclo è il mezzo perfetto per girare in questa città che ha intensificato di molto il ritmo di vita e che in pochi anni è cresciuta in modo selvaggio.  

Qui nella città che una volta si chiamò Saigon, convivono templi dell'età imperiale, case in stile coloniale francese, edifici e monumenti dell'era comunista e ultramoderni palazzi che rispecchiano l'apertura al capitalismo globale, nel quale i paesi sud-est asiatici rischiano di perdersi e di assomigliarsi. 
Misurando le distanze per frenare il meno possibile, dando precedenza ai più forti e facendosi strada senza scrupoli tra i più deboli, Song naviga lungo i vialoni come un canottiere veneziano.  
Seduto in alto dietro di me, pedala tranquillamente in questo caos incredibile di veicoli di ogni provenienza e cilindrata.  Senza fretta passiamo eleganti boulevard, mercati pieni di merce esotica e viuzzze strette di Chinatown. 
Lì dove il boulevard Le Loi incrocia il boulevard Nguen Huè è la zona trendy, piena di gallerie, caffè, club privati e negozi di lusso e d'antiquariato.  
Come tutti i suoi colleghi, Song porta nel portafoglio biglietti da visita di alcuni locali per soli uomini. Si tratta di posti dove bere accompagnati da belle ragazze.  
Chi volesse di più rimarrebbe deluso.  
Il regime comunista non sarà riuscito ad eliminare la povertà, ma almeno ha sradicato la prostituzione, specialmente quella minorile, dilagante invece nei paesi confinanti come Thailandia e Cambogia.  
In un vecchio quartiere popolare di Ho Chi Min City, pieno di pensioncine a poco prezzo, frequentate da viaggiatori che al tour-operator preferiscono la guida Lonely Planet, ci fermiamo per mangiare in un locale sulla strada in compagnia di gente del quartiere. Si mangiano specialità a base di riso e pasta sottile, pesce fritto e ravioli cotti al vapore. 
Le strade sono piene di persone che si danno da fare in modo inimmaginabile. Tutto il paese sembra preso da una frenesia di sviluppo economico impensabile solo pochi anni fa. 
Il turismo è aumentato di molto, diventando una importante fonte di reddito.  
Lo status symbol più desiderato dai giovani naturalmente non è un cyclo, ma una motocicletta giapponese semi automatica che raggiunge i 100 km orari, sogno difficilmente realizzabile per Song, che guadagna in media due dollari al giorno. 
I soldi messi da parte poi se ne vanno per la riparazione di una gomma o per l'acquisto di una sella nuova. Inoltre, due volte alla settimana, deve portare i soldi da un uomo, per pagare la licenza. 
"Cosa succederebbe se tu non pagassi?", chiedo con in mente la storia del film "Cyclo":  
"Di solito non ci sono problemi. Se però continuo a non pagare, mi tolgono il cyclo". 
Ritornando al centro, Song mi fa notare un enorme edificio abbandonato. E' la vecchia sede dell'ambasciata statunitense.  
Fu invasa la notte tra il 30 e il 31 gennaio 1968 da un commando di 19 giovani vietcong che s'aprirono la strada nel muro di cinta con i bazooka e innalzarono la bandiera rossa sul tetto.  
Altri gruppi di combattenti, vestiti con il tipico pigiama nero dei contadini, assalirono alberghi requistiti da ufficiali americani, attaccarono caserme, occuparono e distrussero il palazzo presidenziale, e attaccarono il quartier generale delle forze americane, il comando della "Seventh Air Force" e quello del "South Vietnam Joint General Staff". 
Di questa guerra che oppose per più di dieci lunghi anni questo piccolo popolo di contadini alla più grande potenza del mondo, non sono rimaste ferite visibili.  
Per vedere quelle invisibili, bisogna andare al museo "Crimini di guerra".  
Attraverso, assieme a Song, le sale riempite di testimonioanze del terrore e della violenza.  
Ci sono strumenti di tortura usati dagli americano per far parlare i loro prigionieri. Ci sono alcune delle bombe  che  furono sganciate su questo paese in numero maggiore che sull'intera Europa durante tutta la seconda guerra Mondiale. Bombe defolianti e al napalm che distrussero foreste e villaggi.  
Usciamo, sconvolti dalle foto di un gruppo di marines che posano orgogliosi, mentre staccano la testa a un vietnamita.  
Quando Song è nato la guerra era già finita. 
Come gran parte dei suoi coetanei si interessa più di musica che di politica.  
La sua famiglia vive nel distretto  numero quattro, uno slum lungo il canale Ben Nghe.  
La madre esegue piccoli lavori casalinghi, mentre il padre, svuotato da lunghi anni di lavoro, malato e senza pensione è steso su una stuoia per la maggior parte del giorno.  
Anche se formalmente è un paese comunista, il Vietnam è lontano dall'essere uno stato welfare.   
Il sistema sanitario è alle strette e mancano i soldi per le medicine.  
Quando Song mi riaccompagna in albergo sono le quattro di mattina. Ci scambiamo gli indirizzi con la promessa di rivederci un giorno. Poi monta sulla sella del suo cyclo e sparisce nel buio.  
Nell'aria rimane per alcuni attimi il suono dolce del campanellino di un ricsciò. 

 
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