Paolo Ghisoni................................
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Inutile sperare che il   confine  tra  sport  e  politica rimanga intatto e solido, soprattutto quando di mezzo ci sono popoli slavi.     
La sanguinosa guerra civile che ha dilaniato i Balcani è ancora un ricordo troppo vivo, presente, per poter essere accantonato facilmente e allora ecco che, spentisi gli echi delle armi, ci pensano le parole e i gesti sportivi a ricordare che le rivalità tra le etnie che si affacciano sull'Adriatico è ben lungi dal placarsi.    
In un contesto del genere i Mondiali francesi di calcio hanno riportato in auge le gesta agonistiche della Croazia, una nazione abituata, nello sport, ad essere una grande potenza,  “Il piccolo paese capace di grandi imprese“, poi diventato uno degli slogan nazionali della Repubblica indipendente, nata nell'ottobre 1991.    
Per i quasi cinque milioni di abitanti il successo di un connazionale rappresenta l'affermazione di una nazione riconosciuta da pochi anni, che sprigiona un'incredibile voglia di emergere.    
Basket, pallamano e tennis i fiori all'occhiello, discipline che hanno alimentato vere e proprie leggende, quali il compianto Drazen Petrovic, il “Mozart” dei canestri o, più vicini a noi, atleti quali Toni Kukoc, Goran Ivanisevic, Dino Radja e Iva Majoli.    
Il terzo posto a Francia '98 della nazionale di calcio rappresenta però il risultato destinato a raccogliere i maggiori consensi in prospettiva futura.    
Non va dimenticato che la Croazia partecipava per la prima volta alla Coppa del Mondo. Per 60 lunghissimi secondi Suker e compagni hanno accarezzato il sogno di centrare la finalissima con il Brasile: tanto è durata l'illusione che i francesi, futuri trionfatori, non riuscissero a ribaltare il risultato. La doppietta di Thuram ha posto fine al solo momento di vera impasse della nazionale francese in tutta la competizione iridata ed è significativo che la Croazia sia stata l'unica a far tremare la squadra transalpina.    
“Proud to be Croat” - orgoglioso di essere croato -  recitava la maglietta  di allenamento indossata dalla selezione  slava. Ed è stato così sino alla fine, sino a quel terzo posto strappato coi denti ad un'Olanda delusa dalla sconfitta in semifinale, ai rigori, con il Brasile,  o forse semplicemente più snob nel considerare la “finalina” una semplice consolazione.     
Per Boban e soci non è stato così, per loro significava finalmente indossare la casacca nazionale e difendere i colori patriottici. In una nazione appena uscita dalla guerra, all'improvviso il pallone rotolante è apparso come occasione di riscatto sociale. Per la prima volta  questi atleti non gareggiavano più per la Repubblica     
Federativa Socialista Iugoslava; il sentirsi uniti e coinvolti in una causa propria, ha prodotto un risultato storico. 
Il difetto da sempre additato ai talentuosi “zingari” nostri vicini di casa era la mancanza di continuità, il non sapersi disciplinare nel raggiungimento degli obiettivi. Il bisogno di affermare però la propria indipendenza agli occhi del mondo non poteva trovare migliore vetrina che una semifinale mondiale, capace di incollare al video, enorme cassa di risonanza, milioni di persone.    
Non a caso dopo il sorprendente successo nei quarti contro la Germania ogni componente della delegazione croata, giocatore o dirigente che fosse, sventolava con gioia fanciullesca la bandiera nazionale, come a poter affermare che questo popolo esiste e va celebrato soprattutto per le gesta sportive.    
“Era ora di vincere con questa maglia addosso. Voi non sapete cosa abbiamo passato allora, quando con la Iugoslavia giocavamo e non potevamo nemmeno esprimerci in croato tra noi”.     
Parole forti, pronunciate da una vecchia conoscenza del nostro campionato, Zvone Boban, pedina fondamentale del Milan e capitano della Croazia. E' lui che insieme ad altri grandi nomi come Boksic, Suker, Prosineski e Jarni aveva già giocato e vinto con gli “altri”, ovvero gli slavi nel 1987, un campionato mondiale under 20 in Cile. Ed è sempre Boban che, al termine della partita vittoriosa con la Germania, è svenuto negli spogliatoi, stremato dallo sforzo agonistico ma soprattutto emotivo.     
A distanza di dieci anni, e passando per una cruenta guerra civile, questa squadra è diventata, a parere di tutti,  l'unico motivo di allegria della gente. La nazionale croata ha potuto infatti beneficiare del supporto e dello straordinario calore dei propri tifosi: i “vetreni” ovvero gli infuocati - questo il soprannome dei giocatori croati - sono stati costantemente accompagnati nelle loro gesta agonistiche  sul territorio transalpino da una media di 8000 supporters.     
E' facile allora comprendere  quale fuoco sacro abbia animato  gli uomini  di Blazevic, allenatore-stratega capace di telefonare, nell'intervallo di una partita, al proprio Presidente delle repubblica, Tudjiman, presente in tribuna, per domandare se lo schieramento tattico fosse di suo gradimento.    
Calore e sacrifici di una nazione che ha vissuto la sua favola calcistica e che vuole imparare a volare verso nuove imprese. Le premesse non mancano, se è vero che i fuoriclasse croati, pur cercando gloria all'estero (in assenza di un campionato nazionale ancora da riorganizzare), sono pronti a giurare fedeltà alla maglia a scacchi biancorossa.    
La lunga e sofferta marcia della Croazia verso la libertà è passata anche attraverso un referendum popolare datato maggio 1991, quando la stragrande maggioranza  del popolo votò l'indipendenza, proclamando Zagabria capitale.    
Tra i primi paesi a riconoscere il nuovo stato ci fu la Repubblica Federale  Tedesca, con a capo l'attuale cancelliere Kohl, principale fautore del riconoscimento, del quale  si è pentito, sportivamente parlando, dopo aver assistito personalmente alla disfatta dei  suoi connazionali di fronte alla compagine slava.
 
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