

Lasciamo perdere la storia, e il “senatus populusque romanus” divenuto poi acronimo di volgari prese per i fondelli degli abitanti della capitale: qui in ballo c’è il perfezionamento di un processo di mutazione antropologica favorito dal calcio e cominciato con un’evidenza già allora contundente ma solo per chi aveva interesse nell’osservarlo più di vent’anni fa. Che il calcio si stesse facendo testo, pretesto e metafora di una condizione italiana complessiva, è un’ipotesi che vado sostenendo dalla metà degli anni ’70, quando scrivevo su “Repubblica”, nata nel gennaio ’76 senza le pagine sportive….Rotondolatria è un mio neologismo di allora, quando poteva sembrare una provocazione socio-linguistica. E’ passato un quarto di secolo, ormai faccio i conti con mio figlio che si confonde con i grandi numeri dei rotondolatri, pur se dichiarando con nettezza che “non mi importa della Roma in particolare, a me piace l’Inter ma solo perché c’è Ronaldo, vado al Circo Massimo a festeggiare per vedere con gli amici romanisti lo strip della Ferilli…”. E allora facciamo due passi nell’oggi, aggiorniamoci un po’ dopo tanti anni passati a testimoniare(“All’ultimo stadio - Una Repubblica fondata sul calcio”,Rusconi,1983,”Anni di cuoio”, Newton Compton,1987, ”Cattivi odori”, Pironti, 1993 ecc.) quello che stava accadendo nel calcio e nella società (calcistizzata) che lo contiene. La Roma ha meritatamente vinto il suo terzo titolo italiano: il primo lo si data nel ventennio, il secondo in quegli anni ’80 in cui la cinica, andreottiana bravura di un presidente, Dino Viola, la saggezza enologica di un’ex-campionissimo, Nils Liedholm, e il genio geometrico di un brasiliano europeo, Paulo Roberto Falcao, aprirono una breccia dal centro nel nord del pallone. Adesso prima Cragnotti con la Lazio, poi Sensi con la Roma hanno mostrato sia pure con caratteristiche diverse (Cragnotti è un finanziere, Sensi un imprenditore) che la capitale è tale anche nel calcio. Se è cambiamento geopolitico duraturo, si vedrà l’anno prossimo. Di sicuro la Roma come la Lazio un anno fa ha sperimentato cosa significhi sentir spirare alle proprie spalle un forte vento di Palazzo, leggasi arbitri, contesto ambientale, segni del destino favorevoli di marca diciamo così juventina, per capirci con la tradizione più classica….. Il denaro, già investito negli anni da Sensi un po’ a pioggia, è stato stavolta mirato per vincere subito; Capello si è rivelato l’ideale feld-maresciallo con il bastone necessario; Tommasi e Del Vecchio si sono travestiti o meglio vestiti da campioni, se è vero che come dice Nietsche “si diventa solo ciò che si è”; il tifo romanista ha completato l’opera. Ebbene, questo milione ,o addirittura milione e mezzo festante ci dice tante cose, riassunte in una centrale ed un’altra succedanea. Quella centrale è che nonostante tutte le sue magagne il pallone sembra reggere appunto come testo e pretesto di festa, di aggregazione, di relazione sociale sia pure di branco: naturalmente a patto che si vinca. Romanisti oggi, laziali ieri sono disposti a fingere di non vedere a che cosa si sia ridotto il pallone, in termini di etica sportiva e di codice penale, pur di potere sperare nella festa. Questo rimanda a quei doveri di credibilità del barnum rotondolatrico così apertamente violati. Il calcio sta finendo male - come il caso Firenze/Fiorentina/Cecchi Gori si è incaricato di dimostrare in maniera tanto esplicita da sembrare …cinematografica -, in bancarotta finanziaria e in bancarotta sociale(leggi il teppismo da stadio),e non sembra cogliere i vistosissimi segnali di sfacelo, a giudicare dalle centinaia di miliardi che ancora viaggiano in modo poco chiaro, con i club “ostaggi” delle banche quando non ci siano i cosiddetti soldi “veri” di (Agnelli, Berlusconi, Sensi, Moratti, Tanzi). Pare che da questo orecchio la classe dirigente pallonara (oops…)proprio non ci senta, scortata da quella politica, cfr.il neo sindaco, juventino dalla nascita, in giro tinto di giallorosso. Vi invito solo a considerare assai banalmente che le caratteristiche della festa-scudetto, del milione e oltre che già festeggiava nell’83 il secondo scudetto romanista ma assolutamente senza queste note di immedesimazione, di centrifuga. Il che dimostra che diciotto anni hanno appunto spinto molto più avanti quel processo di calcistizzazione su riaccennato. Dicevo che la Festa Rotondolatrica va bene, civilmente o quasi, se si vince: se si perde, il rischio è quello di un rovesciamento in incazzatura sociale generale. Si tiene conto di tutto ciò? Siamo dunque all’ipotesi di assegnare gli scudetti con un occhio alla borsa, al business, e l’altro all’ordine pubblico? Altro che calcio giocato!!! Ma dicevo che la festa mi suggeriva anche una considerazione collaterale, succedanea. Questa: riguarda una dichiarazione di un tifoso al Tg 3:”E mo’ tutti a Genova pe fa le prove di Champions League ar G8”.E se fosse proprio così, se ci fosse un filo trasversale che riguarda ogni tipo di manifestazione, ogni momento pubblico, sportivo, sociale o politico che sia, per la Roma o contro la globalizzazione? Meditate, gente, meditate….. P.S. Non vorrei trovarmi di nuovo in anticipo con quest’ultima tesi, che prospetta un aggancio tra il popolo di Seattle e il popolo di Tormarancio, passando per una serie di nodi ancora tutti da sciogliere eppure già qui, davanti a noi, come vent’anni fa gli altri, questi calcististici così aggrovigliati ormai da non poter più essere sciolti, casomai gordianamente (c’è un quartiere periferico capitolino che si chiama Borgata Gordiani…) tagliati. Ma da chi?

