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Berlusconi lo ha ribadito nel suo discorso di presentazione al Senato: prima ancora di un’iniziativa economica e politica l’allargamento dell’Unione Europea ad Est, che dovrebbe scattare nel 2004, è un “dovere morale”, una specie di atto di riparazione del ricco occidente nei confronti di un oriente devastato da cinquant’anni di comunismo.
Ma, a mano a mano che l’ora X si avvicina, i dubbi crescono e alle considerazioni generali subentrano da parte di tutti meschine considerazioni di bottega. Le domande si accavallano.
Che cosa ci guadagneremo quando l’Unione passerà da 15 a 25 o 27 membri? Quali sono i rischi? Che cosa comporta in termini finanziari l’ingresso di nuovi Paesi con un reddito pro capite inferiore alla metà della media europea? La gente reagisce spesso in maniera negativa: quando in giugno il trattato di Nizza (che, si badi bene, non è affatto all’origine dell’allargamento, ma introduce semplicemente alcune essenziali modifiche nel funzionamento delle istituzioni europee) è stato sottoposto per referendum all’approvazione dei cittadini irlandesi, finora tra i maggiori beneficiari del mercato unico, la risposta è stata “no”. Per evitare che questo voto faccia inceppare tutto il meccanismo, la Commissione Europea dovrà adesso arrampicarsi letteralmente sugli specchi.
Bisogna dire subito che i dubbi di tanti europei non sono campati in aria. Chiunque abbia avuto occasione di viaggiare per le campagne della Polonia o le montagne della Slovacchia ha potuto rendersi conto dell’abisso che ancora separa questi Paesi dai nostri e della conseguente difficoltà di integrarli. Le prospettive sono anche peggiori se si prendono in considerazione Romania e Bulgaria, i più male in arnese del gruppo dei candidati e la cui adesione dovrà essere comunque rinviata alla fine del decennio. Né i problemi si fermano qui: nel periodo trascorso sotto l’ombrello di Mosca i Paesi dell’Est si sono dati sistemi economici, legali e previdenziali completamente diversi da quelli dell’Unione, e lo sforzo di renderli compatibili impegna le rispettive autorità ormai da diversi anni. Si tratta di trasferire nella legislazione dei Paesi candidati ben 80.000 pagine di norme, note come acquis communautaire, che regolano, spesso nei più minuti particolari, la vita dell’Unione, e di eliminare tutto ciò che con questo blocco normativo contrasta. All’inizio del negoziato, sono stati individuati ben 31 settori di intervento, per cui sarà necessario chiudere i dossier con reciproca soddisfazione prima che il Trattato di adesione possa essere firmato: ebbene, per quanto si siano deliberatamente lasciati per ultimi i nodi più complessi, a tutt’oggi nessuno dei Paesi candidati è arrivato al di là di quota 20, e alcuni sono addirittura fermi a sei. Spesso, forse troppo spesso, sarà comunque necessario concedere deroghe temporanee ed eccezioni varie, che renderanno il funzionamento dell’Unione allargata molto complicato per tutta la fase di transizione. L’idea dell’allargamento nacque subito dopo la caduta del muro di Berlino, con la prospettiva di estendere anche all’Europa centrorientale la stabilità politica ed il benessere economico di cui noi avevamo goduto nell’ultimo mezzo secolo e di ripetere il successo ottenuto con Spagna, Portogallo e Grecia, brillantemente reinseriti nel contesto democratico dopo lunghe fasi di dittatura. Per la Germania, diventata con la riunificazione la maggiore potenza dell’UE, l’allargamento a Est significava anche riposizionarsi al centro dell’Unione e ristabilire così la propria influenza su una regione che già prima della seconda guerra mondiale gravitava nella sua orbita. Da parte di tutti c’era, naturalmente, anche l’interesse di allargare il mercato unico a nuovi Paesi affamati di beni di consumo, procurando così uno sbocco supplementare alle nostre industrie. Per rendere l’ampliamento più appetibile a un’opinione pubblica alquanto scettica, l’operazione fu comunque presentata come un grande affare, minimizzando almeno nella prima fase i problemi che poteva far sorgere. Invece, questi problemi non tardarono a manifestarsi in tutta la loro complessità, facendo via via slittare le date annunciate per il completamento del negoziato e ingenerando, da una parte e dall’altra, una crescente frustrazione. Questa frustrazione è stata riassunta dal primo ministro ungherese Orban con una battuta: “A partire dal 1995, tutti gli anni ci è stato promesso che saremmo diventati membri della UE entro cinque anni”. Il rompicapo più grosso è stato, fin dall’inizio, l’agricoltura. Oggi come oggi, circa il quaranta per cento del bilancio comunitario se ne va in sussidi agli agricoltori, che solo grazie a queste somme riescono a restare competitivi sul mercato mondiale. E’ un sistema per molti aspetti perverso, che penalizza i consumatori, viola le regole dell’Organizzazione mondiale del Commercio e provoca distorsioni sui mercati, ma che 40 anno fa fu ritenuto indispensabile per garantire all’Europa l’autonomia alimentare e il popolamento delle campagne. I maggiori beneficiari ne sono i francesi, seguiti da olandesi e danesi, ma anche noi ne traiamo vantaggio, specie nei settori del vino e dell’olio di oliva. Purtroppo, se il regime in vigore venisse esteso a tutti i nuovi membri, buona parte dei quali sono afflitti da una agricoltura estensiva e abbastanza arretrata, i costi diventerebbero assolutamente proibitivi. Diventa perciò indispensabile riformare la politica agricola comune, in modo che la somma a lei destinata attualmente basti per tutti: una impresa da fare tremare le vene e i polsi, stando alla influenza che le lobby agricole riescono tuttora ad esercitare. Per adesso, si stanno cercando formule di compromesso, talvolta piuttosto capziose, che non costino sacrifici eccessivi ai vecchi membri ma non diano neppure a quelli nuovi l’impressione di essere trattati da parenti poveri. Al secondo posto nella lista c’è la ridistribuzione dei fondi regionali, che l’UE ha messo finora generosamente a disposizione delle zone il cui reddito pro-capite è inferiore al 75% della media comunitaria e che sono stati decisivi nell’aiutare Irlanda, Spagna, Portogallo e Grecia a recuperare il ritardo che accusavano nei confronti degli altri Paesi (e che avrebbero potuto dare una bella spinta anche al nostro Mezzogiorno, se solo i nostri governi fossero stati capaci di utilizzarli).
Con l’ingresso di dodici nuovi membri, tutti poveri o addirittura poverissimi rispetto ai Quindici, il reddito medio dell’Unione si abbasserà del 16%, e pertanto molte delle regioni attualmente beneficiate saranno escluse, mentre entreranno nella lista ben 51 delle 53 regioni in cui è suddivisa l’Europa Orientale. E’ evidente che i governi di Madrid, Lisbona, Atene (e in parte anche di Roma) non siano contenti della fine di questa manna, che ha loro permesso il finanziamento di un gran numero di importanti lavori pubblici, e che essi stiano cercando con tutti i mezzi di prolungare l’attuale regime a scapito dei nuovi arrivati. Ma la prospettiva di ottenere l’aiuto dell’Occidente è uno degli argomenti più forti usati dai governi dei Paesi candidati per convincere i loro elettori della bontà della scelta europea, e l’introduzione di nuovi criteri per la ripartizione dei fondi sarebbero accolti molto male. Soprattutto nei Paesi più piccoli, dove l’impatto degli investimenti stranieri è più forte, il sogno è di riuscire a imitare l’Irlanda, che in 25 anni di adesione alla UE si è trasformata - grazie anche a una intelligente politica fiscale - da fanalino di coda in Paese d’avanguardia, con un reddito pro capite ormai superiore a quello del Regno Unito.
E’ difficile, tuttavia, che questo miracolo di ripeta, salvo forse per la minuscola Estonia che, presa sotto la protezione dei Paesi scandinavi, ha cominciato a decollare prima ancora di entrare a far parte dell’Unione. All’inizio dei negoziati, l’adesione all’Unione Europea era parsa ai popoli dell’Est la panacea per tutti i mali, l’autostrada per riguadagnare il più velocemente possibile il terreno perduto, una specie di assicurazione per l’avvenire. Ancora adesso, una maggioranza la pensa così, e c’è perfino chi accoglie con favore la camicia di forza legislativa che l’UE li costringe a indossare perché rappresenta comunque una garanzia contro eventuali sbandamenti politici. Ma l’insistenza con cui i Paesi ricchi difendono i propri interessi, la difficoltà ad assimilare rapidamente un acquis spesso indigesto e il timore che alla odiata sudditanza nei confronti dell’URSS stia per subentrarne una nuova verso la burocrazia di Bruxelles ha già ridotto i consensi di cui l’Unione gode. Da Varsavia a Bratislava, è per esempio molto forte il timore che il divieto europeo ai sussidi all’industria porti - come è accaduto all’inizio degli anni Novanta nella ex Repubblica Democratica Tedesca - alla chiusura di molte imprese ereditate dall’era comunista e alla conseguente perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. E’ anche in questa ottica che i due Paesi confinanti con l’Europa orientale, Germania e Austria, hanno sollevato con tanto vigore il problema della mobilità interna. Se le regole della UE fossero applicate alla lettera, il giorno successivo all’adesione i cittadini polacchi, cechi, slovacchi, ungheresi, sloveni, lituani, lettoni ed estoni acquisirebbero infatti automaticamente il diritto di stabilirsi nei Paesi della vecchia Unione, di cercarvi lavoro e di usufruire dei loro servizi sociali. Le previsioni sul numero di individui pronti a emigrare verso Occidente il giorno X e ad offrirsi a condizioni favorevoli su un mercato del lavoro sempre più liberalizzato variano da 335 a 7-800 mila all’anno, ma sono comunque sufficienti a incutere spavento. Questo spavento, poi, aumenta a dismisura di fronte alla costatazione che in Europa orientale vivono tuttora - discriminati, talvolta addirittura oppressi e perciò particolarmente ansiosi di andarsene - sei milioni di zingari, senza dubbio gli immigranti meno graditi in tutto il mondo. Ecco perché Bonn e Vienna pretendono una moratoria di sette anni, sia pure rivedibili dopo una fase di assestamento, sul libero movimento della manodopera; in cambio, sono disposti a concedere un periodo di grazia altrettanto lungo sull’applicazione di uno dei principi fondamentali del mercato unico, il diritto di ogni cittadino della UE di acquisire proprietà in ogni Paese membro. Senza questa clausola di salvaguardia, i ricchi occidentali potrebbero comprarsi, a prezzi per loro stracciati, le case e i terreni più pregiati dell’Europa orientale. La ostinata resistenza della Slovenia alla richiesta italiana di concedere agli esuli del ’47 il diritto a riprendersi case e terreni espropriati loro da Tito viene ora replicata da Polonia e Repubblica Ceca, che temono per le loro regioni di confine una “invasione” da parte dei tedeschi espulsi nel ’45 (o dei loro discendenti): una massa di oltre dieci milioni di persone, tra cui non mancano di sicuro i nostalgici. Ci sono decine di altre ragioni che rendono la integrazione così difficile: si va dai dazi di importazione sulle sigarette, molto più bassi all’Est che all’Ovest, al problema delle troppe nuove lingue che otterrebbero diritto di cittadinanza a Bruxelles, aumentando a dismisura i costi di traduzione (l’alternativa, di adottare l’inglese per tutti, è naturalmente vista dai francesi come il fumo negli occhi). C’è la questione dell’ingresso dei nuovi membri nella moneta unica, che molti considerano indispensabile ma che a detta degli esperti potrebbe, in prospettiva, indebolire ulteriormente un Euro già non troppo in salute. C’è, forse al di sopra di tutto, il timore che, dopo il mezzo fallimento del vertice di Nizza, neppure la nuova Conferenza intergovernativa indetta per il 2004 riesca a dare all’Unione nuove istituzioni che la rendano governabile dopo l’allargamento. Infine, sotto il tavolo del negoziato c’è una “bomba” di cui, forse per scaramanzia, si parla poco, ma che la diplomazia non sa come disinnescare: la candidatura di Cipro. La piccola repubblica bussa alle porte della UE da molto tempo, è stata una delle più sollecite a mettersi in regola con l’acquis , ha (insieme con Malta) il sostegno di tutti i Paesi mediterranei ansiosi di creare un contrappeso all’ingresso di tanti nordici ed è perfino in regola con i parametri di Maastricht. Il guaio è che l’isola è da trent’anni spaccata in due parti l’una contro l’altra armate: il Sud greco che vuole aderire all’Unione e il Nord turco che è una specie di protettorato di Ankara. Ogni tentativo di riunificarle è fallito, e per evitare conflitti è ancora necessaria la presenza di un contingente di Caschi blu. Questo significa che, a entrare nella UE, può essere solo il Sud: ma se ciò avvenisse, si aprirebbe una crisi gravissima e destabilizzante con la Turchia, già molto irritata per il continuo (e secondo molti, definitivo) rinvio dei suoi negoziati di adesione. Alcuni Paesi membri ritengono, pertanto, che la candidatura di Cipro debba essere congelata. Ma a questa semplice ipotesi, Atene ha reagito con la minaccia, assai reale, di porre il suo veto all’intero processo di allargamento. Anche ammesso che l’UE riesca, nonostante il rebus delle ratifiche da parte di tutti i membri attuali, a completare l’allargamento a 25 entro tre anni, rimane aperta la questione dei suoi confini definitivi. E’ ormai dato per scontato che, dopo Romania e Bulgaria, un giorno saranno ammessi anche l’Albania e i Paesi dell’ex Jugoslavia, completando così l’unificazione della parte centroccidentale del Continente. (con l’eccezione della Svizzera, per cui è sempre pronto il tappeto rosso, ma i cui abitanti per ora non ne vogliono sapere). Ma che accadrà a Bielorussia, Ucraina, Moldova e alla Russia stessa? E se, oltre alla Turchia, si presentassero sull’uscio anche Georgia e Armenia? In ogni caso, come sarebbe possibile fare funzionare un’Unione così diversificata e di tali proporzioni? Il futuro è davvero nel grembo di Giove; ma per fortuna i problemi dell’Europa a quaranta sono riservati ai nostri figli, se non addirittura ai nostri nipoti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Livio Caputo