

I
FIGLI DEL NILO
Wilbur Smith
Ed.Longanesi
Il faraone Tamose, il grande dio-re dell’Egitto, è morto in circostanze misteriose durante una campagna contro gli hyksos che da settant’anni occupano il basso Egitto; questa, almeno, è stata la spiegazione ufficiale per la sua morte, ma in realtà è stato assassinato dal suo grande amico Naja che brama al trono. Taita, l’eunuco sacerdote di Horus protagonista del Dio del Fiume, ha compreso le sue vere intenzioni e, avvisato dallo spirito dell’amata Lostris, madre del Faraone assassinato, si mette in cammino per salvare Nefer, il figlio adolescente di Tamose. Non riuscendo a scappare, sono obbligati a rimanere per un lungo periodo a Tebe, ma è proprio là che Nefer si innamorerà della giovane Hyksos Mintaka, una principessa che segue da vicino il destino dell’Egitto quanto lui. Come previsto da Taita, gli avvenimenti precipitano: Apepi, il re degli invasori e padre di Mintaka, viene ucciso da Trok, il cugino di Naja, che sposa la giovane principessa, così all’anziano mago non resta che organizzare un ambizioso piano di fuga. Tra la mancanza d’acqua dell’alto deserto, i piani di Ishtar, mago al servizio del malefico dio Marduk, e i Khamsin, le terribili tempeste di sabbia, il giovane Nefer dovrà affrontare nemici di ogni sorta per diventare un vero uomo e contrastare i poteri dei due falsi faraoni. La città in rovina di Galalla, già protagonista di aspre battaglie nel “Dio del Fiume”, diventa qui la base del giovane Faraone, e il luogo dove affronterà le prove della misteriosa “Via Rossa”: attraverso la quale bisogna passare per diventare uomini e guerrieri, adepti di Mitra, il grande Dio Rosso della guerra. Di sfondo a tutto: lui, il Grande Fiume, il Nilo, che guarda le vicende che si svolgono sulle sue rive, perché quegli uomini sono anzitutto figli suoi, Figli del Nilo. Questo libro, l’ultimo (pubblicato) dei romanzi egiziani di Wilbur Smith, è magistralmente orientato sui fili che rendono grande una storia: il tradimento e l’amicizia, l’amore e l’odio, perché chi è il tuo migliore amico ti può sempre odiare e tradire. E, come il Khamsin, questo libro non dà respiro fino, all’ultima pagina, dove, forse, qualcosa sarà svelato, ma molto rimarrà ancora sepolto dalla sabbia del deserto che conserva i suoi segreti, per sempre.

Ci sono scrittori che conquistano i lettori con una facilità che deve far invidia a chi conta le copie vendute sulla punta delle dita. Infatti Wilbur Smith, che di questi risultati ne può vantare tanti, si definisce una persona soddisfatta di sé e del suo lavoro. Molto popolare sia in Europa che in Gran Bretagna, i suoi romanzi si stanno ritagliando un notevole spazio anche nel mercato americano. E’ particolarmente amato dagli italiani, che ricoprono un buon 10% delle sue vendite, questo vuol dire che degli 80 milioni di libri venduti, 8 milioni e passa sono stati acquistati nel nostro paese. Personaggio fino in fondo, si ha la netta sensazione leggendo la sua biografia e ascoltando le sue interviste che anche nella vita reale Wilbur Smith sia un autentico protagonista dei suoi giorni. Nato in Africa da genitori inglesi, ha adottato il continente nero come sua patria letteraria e di sé dice “sono un africano bianco”. Profondo conoscitore della storia sudafricana e della regione circostante (Namibia, Botswana, Zambia e Zimbabwe), conosce, oltre all’inglese, l’Afrikaans, lo Zulu ed altri dialetti africani. Ha amato appassionatamente le donne che gli sono state a fianco soffrendo per la morte nel 1999 dell’adorata Danielle Thomas, anch’essa scrittrice di talento. Ha avuto due figli dalla prima moglie Anne: un maschio, Saune, una femmina, Christian, e Dieter, figlio del primo matrimonio di Danielle. Il suo desiderio di “viaggiare nella vita”, e il senso di gratitudine che prova verso un destino tutto sommato benevolo lo caricano di una simpatia e di un’umanità ben lontana dal prototipo dell’intellettuale colto e forbito. Ricco di interessi, ama sciare, cacciare alla quaglia, fare subacquea, andare in Oregon a pesca. Il suo primo libro è stato “Il destino del leone”, iniziatore della serie fortunata che va sotto il nome di “Ciclo dei Courteney”. Da allora scrive ciò che più conosce ed ama ed è questa la linfa narrativa alla base dell’approvazione del pubblico. Sin dal primo romanzo di successo, dove ha descritto le montagne, le acque dell’oceano, la fauna selvaggia, i problemi dell’apartheid, come cornice alle avventure dei suoi personaggi, è riuscito a creare un mondo ormai familiare per i suoi lettori che passano inesorabilmente da un racconto all’altro. I critici fanno notare che a comprare i suoi libri sono più le donne attratte dall’aspetto virile e avventuroso degli eroi maschili e dall’intreccio delle loro storie d’amore, più che dalla trama o dal contesto storico. In realtà, le sue descrizioni sono sempre dettagliatissime, calzanti a pennello sia quando si tratta dei miti o delle consuetudini dell’antico Egitto, sia quando si parla delle attrezzature e della tecnica di un aereo ad alta tecnologia. Il suo segreto dice è nell’entusiasmo e nella disciplina che mette quando lavora. Scrive, infatti solo ciò che sa bene, per cui effettua minuziose ricerche in ogni angolo del mondo e si prepara il materiale sul quale giocare con maestria per incantare il suo tipo di lettore. Confeziona storie così come un sarto disegna e cuce i suoi abiti d’alta moda, un occhio all’estro e uno al cliente da non deludere mai. La sua magia è in quell’umanità così simile a noi per passioni, vizi, ambizioni, lotte e amori e così lontana nel tempo, nei luoghi, nelle usanze e nella cultura. L’eterna lotta tra il bene e il male, che è protagonista nelle favole dei bambini, è il nodo cruciale intorno al quale ruotano senza sosta e ad un ritmo davvero sorprendente le sue pagine.




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