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Il passato cammina nel tempo fino a noi e diventa il racconto suggestivo di un'esperienza vissuta in siria da un archeologo in viaggio.

Giovedì 14 Giugno

Il flusso lento dell’Eufrate scorre tranquillo lambendo la terra coltivata e attraversando i rari villaggi che puntellano qua e là il deserto siriano e garantiscono la continuità della presenza dell’uomo, in questa valle da millenni. Ecco apparire all’orizzonte dopo l’ennesima ansa del grande fiume i resti di un’imponente muratura: al suo interno tracce imperiture di una civiltà che il deserto ha conservato per secoli. Ihssan ferma il minibus in prossimità dell’entrata: siamo a Dura Europos, mastodontica città fortificata di epoca greca e romana. Qui la scoperta archeologica diventa emozione pura; ecco resti ancora ben conservati di antiche abitazioni che sembrano perennemente pullulare di vita, che sembrano essere a tutt’oggi animate dalle grida di chi lì viveva; qua e là sul muro d’entrata scritte dei soldati della guarnigione romana qui stanziata: inni a divinità pagane, tenere scritte d’amore in ricordo della fidanzata lontana. E più in là una sinagoga e una chiesa protocristiana a testimoniare l’esistenza parallela e in assoluta concordia di due religioni-sorelle, di due sistemi monoteisti, il giudaismo e il cristianesimo, che scaturiscono dalla stessa Fonte e che qui hanno antiche radici. Il caldo è torrido, 45 gradi all’ombra: per fortuna la strada non è molta. L’antico sito di Mari è vicino; vicino, qualche Km a oriente del fiume, è pure il confine con l’Iraq, terra che evoca rimembranze bibliche, ma anche recenti, funesti bagliori di guerra.
Ma niente paura: Saddam è buon amico del governo siriano ed anzi i costanti aiuti di quest’ultimo concorrono a lenire l’embargo a cui il Rais di Bagdad e il suo popolo sono sottoposti. Mari è soprattutto il palazzo reale, un intrico di mura in mattoni crudi, che una rudimentale tettoia in plastica protegge dall’incalzante martellamento delle piogge invernali.
Qui l’epoca è ancor più antica: i primi templi sono stati costruiti nel 2500 a. C., il periodo delle piramidi per intenderci. E la floridezza della città durò un millennio, fino a quando lo spietato Hammurabi, re di Babilonia, mise a ferro e fuoco Mari e la cancellò: questa triste storia è raccontata da centinaia di tavolette che l’incendio appiccato dai babilonesi ha conservato.

Sabato 16 Giugno

Aleppo ha il cuore su una collina e l’anima in mille viuzze poste ai suoi piedi; Aleppo è un brulicare di vita e di colori; attorno alla cittadella il vociare incessante dei mercanti che contrattano non disturba, anzi anima un quartiere già animato; più in là le vestigia superbe del più antico bagno turco della Siria evocano pregnanti suggestioni di una lussuria, di una mollezza ancora ben presenti; e poi i souk, variopinti, risuonanti di serrate discussioni di chi vuol fare affari. Lasciamo questo ribollire di suoni e colori per raggiungere Ebla, antico sito preso di mira da Sargon, re degli accadi, e poi dai feroci hittiti. Ebla è un fiore all’occhiello dell’archeologia italiana: dal 1964 è attiva una missione della Sapienza di Roma guidata da Paolo Matthiae. E’ però vero che gli archeologi che troviamo al nostro arrivo sembrano privi di quella verve che dovrebbe animare chi fa questo mestiere: niente tensione per la scoperta, niente imprese da Indiana-Jones; si trascinano lenti, sferzati da un vento incessante, e passano un intero pomeriggio a sistemare quattro pietre evidentemente trovate fuori contesto. Qua e là comunque si può apprezzare il lavoro di Matthiae, anche se appare eccessiva la sua decisione di coprire le strutture rinvenute con un fitto strato di una specie di calce, al fine di preservarle: sarà anche efficace, ma sembra di essere tra gli igloo degli eschimesi!

Lunedì 18 Giugno

Ma il passato in Siria è soprattutto Palmira. Ci sono - è vero - siti che evocano antiche sensazioni, come il tempio di Baal a Ugarit, dove numerose tavolette riportano modelli dei salmi biblici in lingua ugaritica; o come il Krak dei cavalieri, che i crociati edificarono e riempirono di vita per dare testimonianza concreta del loro sforzo al servizio della croce. Ma è a Palmira che il sogno diventa realtà. Palmira è un miraggio che prende lentamente forma, tra un’altura rocciosa e una piccola oasi di fitti palmeti. Templi, teatri, piazze e l’imponente via colonnata sono riflessi negli occhi verdi cristallo di Stefania, che guarda ammirata tracce così espressive del tempo che fugge, ma che conserva segni ancor oggi tangibili.
E Palmira è Zenobia: non si può non ricordare le arti maliarde di questa fanciulla che, neanche ventenne, sedusse e sposò l’anziano Odenato, signore della città. Gli storici dell’epoca si perdono ammirati nella descrizione della sua pelle ambrata, dei suoi occhi e capelli corvini, dei suoi seni ubertosi, una miscela esplosiva che la rese regina. Costituì un piccolo regno, che si espanse e preoccupò la potenza romana, facendo reagire Aureliano, signore del mondo. Un esercito distrusse Palmira e Zenobia, ancora più fiera e ancora più bella, fu tratta in catene d’oro nell’Urbe e rinchiusa in una segreta in condizioni di non nuocere.

Martedì 19 Giugno

Lasciamo Palmira, splendida rosa nel deserto, con ancora l’eco delle pulsioni del cuore di Zenobia; e dopo un lungo tratto di deserto, sulla strada per Damasco, ci tuffiamo in un contesto affatto diverso, ma foriero di analoghe emozioni da brivido, che solo la Siria e i suoi tesori sanno dispensare. Malula è un piccolo agglomerato abbarbicato su colline di ulivi con alle spalle le montagne impervie della dorsale dell’Antilibano. In questo paesaggio lunare risuona solenne il Padre Nostro che una giovane fanciulla dai capelli corvini e dal dolce sorriso recita a mani aperte: non è una preghiera qualsiasi; è recitata in aramaico, l’antica lingua di Gesù che qui e solo qui ancora si parla.
Le parole dolci e solenni sono suoni incomprensibili che si perdono nell’aria, non senza lasciare una sensazione profonda in chi le ascolta, mentre il sole pian piano declina fino a sparire dietro la roccia aspra e scoscesa. L’atmosfera è surreale: sembra di palpare i primi vagiti di una religione che da 2000 anni scandisce la storia dell’uomo.

Mercoledì 20 Giugno

Damasco è tappa finale e punto obbligato e riassuntivo di tutti i sapori e colori del pianeta-Siria.
E dopo tanti luoghi biblici, dopo il Padre Nostro in aramaico a Malula, la grandiosa moschea degli Omayyadi ci ricorda che in fin dei conti siamo in un Paese a maggioranza islamica e che è principalmente questa religione a scandire la vita sociale e spirituale, in un clima tuttavia di tolleranza e rispetto per ogni credente. Damasco! Damasco è presente e passato che vanno a braccetto, come e più che in altri grossi centri mediorientali e del Nordafrica. Forse solo al Cairo si sovrappongono tante stratificazioni di passate civiltà, ma qui è più discreto, meno imposto dai grandi tour operator, tutto da scoprire. “Effendi, vieni lo stesso a bere un te alla menta, vieni te lo offro volentieri”, con pacatezza mi invita il mercante di spezie che, nonostante un’estenuante trattativa, non è riuscito a convincermi a comprare i suoi sapori colorati: il suo invito cordiale giunge ugualmente. In Siria l’ospite è sacro e un piccolo te alla menta non lo si nega a nessuno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aristide Malnati