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Si celebra il centenario della nascita di Vittorio De Sica (1901-1974), grande attore e altrettanto grande regista che vinse quattro volte l’Oscar per il miglior film straniero (“Sciuscià, 1947; “Ladri di biciclette”, 1949; “Ieri, oggi e domani”, 1964; “Il giardino dei Finzi Contini”, 1971). Ma quanto dei meritatissimi successi di De Sica regista è dovuto al sodalizio con Cesare Zavattini, soggettista e sceneggiatore? Un sodalizio, cominciato nel 1943 con il film “ I bambini ci guardano”, che segnò per De Sica il passaggio dalla commedia brillante all’opera d’impegno sociale.
Di questo “Lunario” sarà protagonista Zavattini (1902-1989), il cui centenario scadrà l’anno prossimo. Ma non è per il gusto dell’anticipazione che scrivo di Zavattini. L’ho conosciuto, l’ho intervistato quando compì gli ottant’anni, in casa ho una sua litografia con una dedica affettuosa.
Come esordì Zavattini? Lascio la parola al suo editore Valentino Bompiani (1898-1992), che raccontò l’incontro in un suo diario.
Era il 1931: “Quando Zavattini venne da me, non lo conoscevo neppure di nome. A vedermelo davanti grosso e timido non mi ispirava fiducia. Tirò fuori un rotoletto di fogli. Ogni tanto balbettava. Il manoscritto rimase in un angolo della scrivania. Un giorno, sfogliandolo, l’occhio mi cadde su una frase: ‘Il capo ufficio diceva all’impiegato: le proibisco di pensare alla morte nelle ore d’ufficio’. Saltai sulla sedia. Andai avanti a leggere. Chiamai Zavattini e lui tornò”. Nacque così il primo libro, intitolato “Parliamo tanto di me”, che ebbe un successo immediato e clamoroso. Seguirono “I poveri sono matti”, “Io sono il diavolo”, “Totò il buono”, il pamphlet “Ipocrita 1943”, l’autobiografia “Straparole”, “Al macero”, “La veritàaaa”, le poesie dialettali di “Stricarm’ in d’na parola “ e di “Avrès-Vorrei”, l’epistolario “Una, cento, mille lettere”.
Era il settembre 1982. Al telefono le istruzioni di Zavattini erano state precise: “Esci dall’autostrada al secondo casello di Parma, venendo da Milano. Prendi per Viadana, Guastalla, Luzzara, il mio paese. Sulla mia casa c’è l’insegna: Caffè Bar Zavattini”. Dalla finestra del secondo piano lui mi salutò con grandi gesti. Era quasi mezzogiorno. “Sei venuto fin qui perché il 20 settembre compirò ottant’anni?, domandò Cesare. Non aspettò la risposta: “Non amo i compleanni, le cerimonie, le commemorazioni.
E poi, cosa sono ottant’anni? Mia madre Ida ne ha cento”. Volle mostrarmi la casa, l’autoritratto del grande “naif” Antonio Ligabue, la grande cucina , la tavola con quattordici posti a sedere, lo studio dov’erano accumulati pastelli, pennelli, matite, scatole di colori, litografie, serigrafie. “Ma non sono nato in queste stanze, sono nato al piano di sotto, dove adesso abita il gestore del bar”, precisò Zavattini. C’era una finestra aperta, si vedeva il cortile: “Qui sotto, quando ero ragazzo, giocavano a bocce”. Il sole e il caldo non facevano dimenticare gli antichi inverni. “Di mattina, nei giorni di nebbia – ricordò Cesare – entravano le vecchie che vendevano in strada la verdura e le castagne. Mia madre teneva il caffè caldissimo pronto in una cuccuma. Ho ancora nelle orecchie il rumore che facevano quelle vecchie per bere: sai, quel rumore delle labbra semichiuse, un sorbire, un aspirare più che un bere…” Dovevo ricondurlo all’imminente compleanno, anche se tentava di sfuggire, divagando sull’insonnia e sul tormento di riuscire ad addormentarsi solamente verso l’alba. Insonnia a parte – gli dissi – come sono questi ottant’anni? “Un momento stupendo – rispose – Se ho qualcosa da dire, la dico più facilmente. La vecchiaia è un aiuto a cercar di esprimere, anzi a esprimere di più. Non sento le cosiddette diminuzioni dell’età”.
Domandai: ”La memoria è sempre infallibile?” Rispose: “Non m’importa niente dei vuoti eventuali di memoria. La memoria normale, quella di chi non ha i miei anni, è una specie di convivenza con i luoghi comuni. Vuoi mettere la memoria a lampi? E’ migliore, è il segno d’una crescita vera, di un’istintiva capacità di scelta. Andiamo a mangiare”. Ma dov’era il basco? Il basco nero pareva introvabile. Lo si cercò dietro i cuscini, sui tavoli, sulle sedie. Lo vidi spuntare sotto una poltrona, sul pavimento. Zavattini si calmò, potevano scendere.
Per la strada un ragazzo gridò: “Buon giorno, signor Cesare. Riposato bene? La risposta fu: “ Malissimo, ma sto benissimo”. Al ristorante bevemmo un vino freschissimo chiamato “La Brusca”, che ha il colore dei semi della melograna. Zavattini s’incantò, e giustamente, per l’aroma che l’aceto balsamico lasciava sull’insalata e sul radicchio rosso. Ci fu un momento di malinconia. Cesare mi raccontò che gli era stato proposto un libro sui funerali. Ne aveva disegnati e dipinti tanti, esili come file di formiche interrotte da sventolii di minuscole bandiere. Non mi sembrava che l’idea di un libro fosse sbagliata. Ma forse sbagliai a chiedere a Zavattini da dove gli fosse derivata questa specie di osservazioni per il più mesto dei riti. Da una grandissima distanza di tempo spuntò uno Zavattini chierichetto, con la tonaca nera e l’incensiere nelle mani. Spuntò anche il funerale d’una sorellina e la voce di Cesare s’incrinò nella commozione: “L’abbiamo sepolta in un posto piccolissimo, in un angolo quasi invisibile”.
Dal suo paese Zavattini andò via poco più che ragazzo. Fece l’istitutore in un collegio, il correttore di bozze a Milano. Poi vennero i primi libri, vennero i suoi sogni dettati da un surrealismo fiabesco: le cameriere che si mettono a lustrare l’asfalto perché è passato un signore; il personaggio Mac che, essendo prossimo alla morte, si pettina con cura perché verranno anche le giovinette del primo piano a vedermi”; e quell’utopia di struggente bellezza: forse non ci sarebbero nel mondo tante disuguaglianze se Dio avesse costretto gli uomini a pensare ogni sera al dito d’un bambino. Quel giorno del settembre 1982, camminammo insieme come si cammina nei paesi: lentamente, leggendo i manifesti sui muri. Zavattini andava a Luzzara un paio di settimane ogni anno. Era stato meglio incontrarlo dov’era nato.
Del resto, la voce di Cesare aveva inalterati accenti emiliani. Passammo davanti a un’osteria dalla quale uscivano le parole concitate di gente che giocava a carte. L’afa era greve come il piombo. Arrivato alla mia auto, abbracciai Zavattini e gli dissi finalmente i miei auguri per i suoi bellissimi ottant’anni. Cesare guardò ancora la strada incredibilmente deserta. Mi disse: “Hai notato quanti balconi ci sono? Li indicò con un gesto delle braccia verso l’alto, come se volesse mostrarmi, a dispetto dell’abbacinante sole, una fila di stelle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giulio Nascimbeni