

In campo letterario, a cavallo della fine dell’Ottocento e del primo Novecento in Francia, assistiamo all’evolversi del gusto: il realismo man mano andò a decadere, mentre si fece strada con una certa velocità il simbolismo. Sulle scene, attraverso il Théâtre d’Art e al Théâtre de l’Oeuvre, fu attuata una sorta d’attività divulgativa del pensiero simbolista e dei testi più interessanti di autori contemporanei. Il simbolismo riuscì, peraltro, ad imporsi grazie a un gruppo totalmente indipendente, libero da vincoli economici o istituzionali e che prese esempio da ciò che era stato il Théâtre d’Art con Paul Fort nel 1890 e successivamente, nel 1893, il Théâtre de l’Oeuvre diretto da Aurelien Lugné-Poe, si ebbe in Francia la rappresentazione di testi europei di forte impronta simbolista. Sia Paul Fort, poeta giovanissimo nel 1890, sia Aurelien Lugné-Poe, che aveva alle spalle una carriera proprio al Théâtre Libre e al Théâtre d’Art, stimolarono non poco il pubblico parigino. Lugné-Poe continuò a mettere in scena opere simboliste e presentò gli autori più attuali della drammaturgia europea, apportando anche alla scenografia e alla regia delle novità di contenuto: non più elementi realistici, ma ambientazione grazie a fondali di tela: opere, ad esempio, di Toulouse Lautrec, Vuillard, Bonnard, solo per citarne alcuni. Per di più Lugné-Poe scoprì il talento di un nuovo autore, il primo importante drammaturgo simbolista in lingua francese, e cioè Maurice Maeterlinck. Belga di nascita, (Gand, 1862) di famiglia fiamminga di una certa agiatezza, Maeterlinck compì studi di diritto prima nella sua nazione e poi a Parigi, dove coltivò i propri interessi per la letteratura, la poesia, il teatro. Egli lavorò attivamente e soggiornò a Parigi e in Francia per gran parte della sua vita. Ricordiamo che gli venne assegnato il Premio Nobel per la letteratura nel 1911 e fu insignito di onorificenze dai reali del Belgio. Morì a Nizza nel 1949. Già dalla prima sua opera teatrale, intitolata La Principessa Maleine (1889), produsse nell’opinione pubblica un certo fermento sia di critiche positive – come quella che ebbe dal Mirbeau, che considerò il testo opera di una gran personalità - sia di opinioni negative, che lo consideravano esempio di un teatro troppo inconsistente e slegato dalla vita di ogni giorno. Seguirono L’Intrusa e I ciechi, entrambi nel 1890, ma a lui si deve il testo Pelléas e Mélisande (1892), che definitivamente portò il simbolismo francese alla grande notorietà. Il dramma, in cinque atti, fu rappresentato la prima volta nel 1893, poi musicato da Debussy e nel 1902 realizzato in musica all’Opera-Comique. La trama così si sviluppa: il maturo e nobile Golaud prende in moglie una giovane trovata persa nella foresta, la fragile Mélisande. Il fratellastro di Golaud, il giovane Pelléas, si innamora, ricambiato, di Mélisande, perché nasce tra i due personaggi un delicato sentimento che pian piano si trasforma in amore e passione. L’atmosfera di mistero in cui si svolge l’opera, i numerosi simboli o accadimenti metaforici, di cui è permeata, aumentano l’interesse per questa scrittura teatrale: la fede che cade nella fontana, le colombe che volano via da una torre, le ombre evanescenti e le macchie di sangue inlavabili. L’azione ha il suo compimento quando Golaud, pervaso da dubbi e inconsciamente convinto della passione dei due giovani, ormai roso dalla gelosia, uccide il fratellastro Pelléas. Parimenti Mélisande muore, dopo aver partorito una bambina, mentre il marito, invano, le pone domande sul suo presunto o reale tradimento. Golaud resta disperato nel suo non sapere, nella sua vana ricerca di certezze. E’ evidente che nell’opera la percezione del singolo riguardo a sensazioni irrazionali o pregne di mistero si trova in primo piano, diviene una possibilità di raggiungere una forma, a volte incerta, di verità, anche se questi primi testi sono animati da un certo pessimismo nei confronti di un Fato assai vicino a quello della tragedia antica. Maurice Maeterlinck sembra, poi, assumere una posizione maggiormente ottimista verso l’esistenza di un Bene comune: un possibile superamento del dolore grazie alla attiva presenza della saggezza nei testi successivi. Dopo il 1900 scrisse per il teatro Monna Vanna (1902), L’uccello azzurro (1908), Il miracolo di Sant’Antonio (1904-1920) e la Principessa Isabella (1935). Di questi sicuramente il più noto e riuscito è L’uccello azzurro, che, attinto dal mondo delle fiabe, si configura come una allegoria sulla ricerca della felicità. L’uccello azzurro, commedia in cinque atti e dieci quadri, racconta del fantastico viaggio di due bambini, di nome Tyltyl e Myltyl, figli di un boscaiolo, che addormentatisi la notte di Natale nella capanna dove vivono, volano nel regno della fantasia e sognano di andare alla ricerca dell’uccello azzurro che rappresenta il talismano della felicità. In questa notte di sogno i due bambini toccheranno diversi luoghi o posti simbolici quali il paese del Ricordo, dove vivono i trapassati, il palazzo della Notte, il giardino della Felicità e il paese dell’Avvenire, dove i bambini, che stanno o staranno per venire al mondo, hanno dimora. Tyltyl e Myltyl al mattino successivo, risvegliatisi, scoprono con grande meraviglia che l’uccello cercato da loro nel sogno della notte di Natale, ora vive nella loro povera capanna, simbolo di una felicità modesta, ma autenticamente vissuta. L’autore sembra qui raggiungere una certa serenità esistenziale e lasciare alle spalle quell’atteggiamento angosciato per le forze oscure, per quel Fato che in Pellèas e Mélisande aveva avuto la meglio. Tuttavia, non trascura di creare una teatralità, che si configura nelle manifestazioni dell’animo dei singoli personaggi, cercando di trasportare il pubblico nell’evanescente mondo delle ombre o del sogno..



