

La complessità dei
bisogni delle persone sieropositive ha determinato la necessità di sviluppare
nuove strategie assistenziali per far fronte a molteplici problematiche che
riguardano la sofferenza psicologica e che spesso coinvolgono il contesto
affettivo del paziente.
La comorbidità psicologica
nei pazienti affetti da HIV assume un significato peculiare poiché ha un notevole
peso nell’evoluzione clinica del disturbo, nella compiance terapeutica e nell’adeguata
adesione a norme profilattiche efficaci, nonché nella capacità di intraprendere
e mantenere relazioni affettive e sessuali funzionali. I più recenti dati
epidemiologici sull’infezione da HIV confermano l’aumento del numero di coppie
con stato sierologico discordante (Bellotti, Bellani, 1997).
Tuttavia, se da una parte la positività per l’HIV di uno dei due partner non
costituisce un elemento in grado di impedire lo stabilirsi di rapporti di
coppia duraturi (Semprini et al., 1997) - ciò, evidentemente, in conseguenza
sia della mutata percezione dell’infezione da HIV nella popolazione generale,
sia dei progressi compiuti dalla terapia antiretrovirale - dall’altra tale
evento altera tutti gli equilibri che la coppia si è costruita nel tempo,
costringendola a profonde riorganizzazioni relazionali e strutturali . Esso
rappresenta un evento cosiddetto paranormativo, cioè imprevedibile, accidentale
e in quanto tale richiede la messa in moto di nuovi meccanismi di adattamento,
di problem solving, per essere affrontato e superato. Di fronte ad esso le
abituali modalità di funzionamento della coppia risultano inadeguate e se
non vengono attivati nuovi processi di riorganizzazione, attraverso modificazioni,
sia a livello strutturale che relazionale, si ha una sofferenza dell’organizzazione
duale. Ciò che si riscontra con maggiore frequenza è la presenza di difficoltà,
crisi, tensioni interne, che vengono spesso eluse attraverso l’esaltazione
di problemi attinenti alla sieropositività e allo stato sierologico discordante,
interpretati come responsabili dell’infelicità della coppia. Tale pressione
non può non interferire sul vissuto della persona sieropositiva che si sentirà
sempre più colpevole, ingiusta, egoista per aver legato a sé la vita di una
persona sieronegativa. In tali situazioni non è difficile osservare la messa
in atto di comportamenti disfunzionali volti a dimostrare che non si può restare
insieme, determinando, nei fatti, lacerazioni sempre più profonde nel rapporto,
fino ad interromperne l’evoluzione. In altri casi, invece, è stato osservato
che la coppia evita accuratamente l’argomento, per le forti emozioni che implica
la malattia. È abbastanza lecito supporre che ogni individuo consapevole della
propria sieropositività, e ogni individuo compagno di un sieropositivo, coltivi
nella propria mente sentimenti, timori e fantasie circa la trasmissione del
virus, la progressione della malattia, il declino fisico e cognitivo, la morte
prematura. Talvolta può essere davvero difficile per i partner parlare e confrontarsi
su questi timori; tuttavia, la mancanza di comunicazione, la mancanza di reciproca
fiducia, continuerà ad interferire con l’intimità e la crescita della coppia.
Lo sciogliersi di coppie a stato sierologico discordante e la formazione di
altre a stato sierologico pari è purtroppo una tendenza in atto: l’esigenza
di superare le difficoltà proprie di una situazione dispari, di sentirsi più
a proprio agio con una persona che condivide problemi e aspettative, appare,
senza dubbio, più rassicurante, decolpevolizzante, più normale. L’HIV porta
in primo piano all’interno della relazione una gamma di problematiche connesse
alla sessualità, e la coppia si trova nella necessità di trovare un nuovo
assetto anche e soprattutto a questo livello. L’attività sessuale va pianificata
secondo norme profilattiche precise, ma queste possono essere disattese attraverso
comportamenti volti a negare l’angoscia di morte o a ristabilire all’interno
della coppia l’equilibrio perduto (Bellani et al., 1996). La negazione spesso
è l’unico mezzo praticabile per difendersi dall’angoscia e dalla paura della
malattia e, se è di grado conforme alla realtà, rappresenta un utile tentativo
per guadagnare tempo ed adattarsi all’evento. Se invece si struttura troppo
intensamente e viene utilizzata come rifiuto della percezione di un dato estremamente
spiacevole (dimenticare di essere infetto o di poter essere contagiato, vivere
come se l’HIV non esistesse) può condurre alla scarsa adesione ad adeguate
norme profilattiche (Simonelli, Solano, 1992).
Purtroppo è frequente il passaggio dalla discordanza alla concordanza dello
stato sierologico. Le stime attualmente disponibili indicano che la probabilità
di trasmissione maschio/femmina, durante rapporti sessuali non protetti, si
aggira intorno allo 0.03-0.9%. Il rischio di contagio sessuale a cui viene
esposto il maschio sieronegativo in coppie in cui è la partner femminile portatrice
del virus HIV viene stimato, invece, intorno allo 0.05-0.15% (Royce, et al.).
Tuttavia è evidente che tale rischio è notevolmente sottovalutato dalla coppia.
L’osservazione costante delle norme profilattiche è difficile da ottenere.
I preservativi possono essere sentiti come una barriera all’intimità oppure
un costante ricordo dell’infezione e quindi possono interferire con la spontaneità
ed il piacere dell’espressione sessuale. Molte coppie dicono che usare i preservativi
è come “portare la morte in camera da letto” a causa di tutte le associazioni
razionali ed emotive connesse alla necessità del loro uso.
D’altro canto non usare i preservativi o impegnarsi in un rapporto sessuale
a rischio può essere vissuto come eccitante e appassionante, una vera espressione
di amore ed impegno. Per molti partner sieronegativi l’esposizione al rischio
di contagio, attraverso la mancanza di precauzioni, risponde anche ad un atto
sacrificale inteso - o forse malinteso - come estremo gesto d’amore. In queste
situazioni ciò che prende il sopravvento è il desiderio o il dovere del partner
sieronegativo di dimostrare all’altro la sua illimitata accettazione, la sua
totale dedizione, attraverso la condivisione dello stesso destino. Sul versante
opposto si evidenziano invece comportamenti volti a cancellare completamente
la sessualità all’interno della relazione di coppia. Talvolta, infatti, nelle
coppie siero-discordanti si verifica una completa rimozione dello stimolo
sessuale in quanto fonte di ansie e preoccupazioni e, nel contempo, una collusione
ovvero un tacito accordo sulla scelta di privilegiare la relazione affettiva
(Grosso, 1997). La sessualità reintroduce con forza la realtà dell’AIDS nella
relazione e allora per i partner la via più sicura per evitare il pericolo
“sieropositività”, che può mettere a repentaglio la relazione, è quella di
rinunciare alla sessualità. In altri casi il rischio di contagio sessuale
può anche realizzarsi in coppie che abitualmente fanno uso del preservativo
ma che l’abbandonano volontariamente quando sopraggiunge il desiderio di procreazione.
In queste coppie HIV discordanti il desiderio di avere un figlio può essere
così forte da prevalere sul timore di contagiare il partner e di trasmettere
l’infezione al nascituro. Quando è la madre ad essere sieropositiva le probabilità
che il bambino si infetti, secondo gli ultimi studi, si aggirano intorno al
5,8% circa (1) (Houdson, Moodley, 1999). Nel caso in cui sia il padre ad essere
portatore del virus la possibilità di trasmissione verticale è subordinata
alla probabilità di contagio della donna. Per ridurre tale rischio è stato
recentemente suggerito l’impiego di alcune tecniche, quali ad esempio la “purificazione
dello sperma” - praticata sperimentalmente ma con un certo successo in Italia
(Semprini et al., 1992, 1992b, 1993).
Tuttavia il rischio che la coppia si assume nei confronti del bambino non
è limitato alla sola trasmissione verticale: esso si estende anche al versante
relazionale, ossia alla possibilità che il genitore malato venga meno durante
il periodo della crescita del bambino. Molto spesso il desiderio di avere
un figlio risponde all’esigenza di reintrodurre elementi di normalità nella
relazione di coppia. In questi contesti, la nascita di un figlio assume un
preciso significato: rappresenta simbolicamente il prolungamento di sé e della
coppia oltre la malattia, nonché la possibilità di attenuare le angosce di
morte. Un figlio contrasta i vissuti di fallimento, di precarietà e di perdita
esperiti dalla coppia e, senza dubbio, offre una prospettiva di futuro al
rapporto. Pianificare il futuro è un’attività generalmente condivisa da due
persone che hanno una relazione intima, in particolare quando le relazioni
crescono e si solidificano nel tempo; dunque, per molte coppie HIV discordanti,
l’idea di non potersi impegnare in un progetto futuro, in particolare avere
e crescere dei figli, può essere avvertita come un’inaccettabile perdita.
Si comprende, quindi, come la probabilità che tali coppie - in cui uno o entrambi
i partner sono sieropositivi - richiedano un’assistenza psicologica sta aumentando.
In presenza di sieroposività nella coppia sembra fondamentale la possibilità
di entrare nelle logiche interne che portano al formarsi delle decisioni,
valutarne i fattori prevalenti, aprendo il confronto sulle specifiche e complesse
problematiche sottostanti alla relazione di coppia: - l’accettazione della
convivenza con il virus;- il saper riconoscere i propri desideri e il mediare
con le paure o gli atteggiamenti iperprotettivi del partner; - attrezzarsi
per evitare il contagio senza rinunciare alla sessualità; - non abbandonare
una dimensione progettuale che consenta di vivere con il partner una prospettiva
di futuro anche a breve-medio termine.
Antonietta Mariniello
Psicologa - "D.Cotugno" - Napoli






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REFERENCES
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