MAGGIO 2000 
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TENNIS: A ROMA TORNA UNO SVEDESE
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Sull’onda lunga del grande Bjorrn Borg li abbiamo trovati per anni ai vertici delle classifiche mondiali. Ma soprattutto, i connazionali dello svedese, hanno monopolizzato costantemente i tornei su terra dove il loro tennis stereotipato e modellato sulla regolarità esasperante ha fatto incetta di titolo. Il solo Edeberg è sfuggito a questi canoni, sciorinando il più classico dei giochi d’attacco serve and volley che lo ha portato a vincere due Wimbledon e a giocarvi altrettanti finali.
Anche per loro era arrivato un momento di stanca, relativa comunque, visto che nel 1998 la Svezia ha avuto un quartetto capace di centrare l’ennesima Coppa Davis proprio a spese dell’Italia.
Il ruolo di regolaristi  infallibili lo hanno ereditato allora gli spagnoli e per anni la stagione sul rosso è stata appannaggio della scuola iberica.
Serviva un grande ritorno, un giocatore capace di risvegliare l’interesse del tennis in Scandinavia dopo che i vari Wilander, Jarry, Bjorkman e il già citato Edberg avevano appeso la racchetta al chiodo. Di questo movimento comunque tracce di buoni giocatori hanno vissuto a sprazzi il loro momento di relativa gloria Enqvist, Tillstrom, Gustaffson e Kulti.
Ma quello che gli appassionati nostrani ricordano, e dopo la vittoria recente agli Internazionali d’Italia maschili del 2000 conosceranno ancor più, si chiama Magnus Norman. Due anni fa la sua solidità nervosa gli aveva consentito di resistere in un Forum di Milano infucato al ritorno del nostro Gaudenzi nel match  inaugurale della finale di Davis. Già allora lo svedesino dal rovescio bimane  non dava segni di straordinari tocchi o di una potenza devastante, caratteristiche che possono fare di te un mezzo campione del tennis contemporaneo. Eppure Magnus, passato di recente anche attraverso un delicato intervento al cuore per liberare un arteria da un difetto congenito, si è costruito con la più semplice delle ricette, ovvero il lavoro.
Come quasi tutti i connazionali è un anti-personaggio, un atleta semplice che vive in funzione della sua professione.
Il trionfo di Roma è il premio ad una rincorsa ai vertici che pochi addetti ai lavori gli accreditavano; il nuovo bizzarro sistema del computo delle classifiche, basato solo sul rendimento stagionale, ha fatto il resto, consegnandogli la prima poltrona mondiale. Non sarà la soddisfazione della vita, visto che gli stessi giocatori sono a conoscenza della provvisorietà del riconoscimento, ma intanto Norman ci è arrivato. 
E’ giovane (23 anni), ha altri anni per consolidare la propria solidità mentale e tennistica. Forse, anzi sicuramente, non lo vedremo stravolgere i suoi schemi di regolarista per partite abbreviate con soluzioni  da flipper. Questa è la sua forza, (guardacaso a Stoccolma è cresciuto nello stesso circolo di Borg), questo anche il suo limite. Per ora intanto Roma 2000 ed il tetto del mondo sono suoi. Ed anche la capacità di star  bene con se stessi, visto che il meglio che si poteva estrapolare dalle sue qualità, è stato ricavato a suo di sudore e paziente lavoro sui campi. Speriamo che qualcuno da noi, tra giocatori e dirigenti federali, se ne ricordi presto. Visto che anche questa edizione del torneo romano ci ha regalato, per modo di dire, un altro umiliante bilancio di nessun azzurro almeno al secondo turno.
 

Paolo Ghisoni
 

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