TENNIS: A ROMA TORNA UNO SVEDESE
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Sull’onda lunga del grande Bjorrn
Borg li abbiamo trovati per anni ai vertici delle classifiche mondiali.
Ma soprattutto, i connazionali dello svedese, hanno monopolizzato costantemente
i tornei su terra dove il loro tennis stereotipato e modellato sulla regolarità
esasperante ha fatto incetta di titolo. Il solo Edeberg è sfuggito
a questi canoni, sciorinando il più classico dei giochi d’attacco
serve and volley che lo ha portato a vincere due Wimbledon e a giocarvi
altrettanti finali.
Anche per loro era arrivato un
momento di stanca, relativa comunque, visto che nel 1998 la Svezia ha avuto
un quartetto capace di centrare l’ennesima Coppa Davis proprio a spese
dell’Italia.
Il ruolo di regolaristi infallibili
lo hanno ereditato allora gli spagnoli e per anni la stagione sul rosso
è stata appannaggio della scuola iberica.
Serviva un grande ritorno, un giocatore
capace di risvegliare l’interesse del tennis in Scandinavia dopo che i
vari Wilander, Jarry, Bjorkman e il già citato Edberg avevano appeso
la racchetta al chiodo. Di questo movimento comunque tracce di buoni giocatori
hanno vissuto a sprazzi il loro momento di relativa gloria Enqvist, Tillstrom,
Gustaffson e Kulti.
Ma quello che gli appassionati
nostrani ricordano, e dopo la vittoria recente agli Internazionali d’Italia
maschili del 2000 conosceranno ancor più, si chiama Magnus Norman.
Due anni fa la sua solidità nervosa gli aveva consentito di resistere
in un Forum di Milano infucato al ritorno del nostro Gaudenzi nel match
inaugurale della finale di Davis. Già allora lo svedesino dal rovescio
bimane non dava segni di straordinari tocchi o di una potenza devastante,
caratteristiche che possono fare di te un mezzo campione del tennis contemporaneo.
Eppure Magnus, passato di recente anche attraverso un delicato intervento
al cuore per liberare un arteria da un difetto congenito, si è costruito
con la più semplice delle ricette, ovvero il lavoro.
Come quasi tutti i connazionali
è un anti-personaggio, un atleta semplice che vive in funzione della
sua professione.
Il trionfo di Roma è il
premio ad una rincorsa ai vertici che pochi addetti ai lavori gli accreditavano;
il nuovo bizzarro sistema del computo delle classifiche, basato solo sul
rendimento stagionale, ha fatto il resto, consegnandogli la prima poltrona
mondiale. Non sarà la soddisfazione della vita, visto che gli stessi
giocatori sono a conoscenza della provvisorietà del riconoscimento,
ma intanto Norman ci è arrivato.
E’ giovane (23 anni), ha altri
anni per consolidare la propria solidità mentale e tennistica. Forse,
anzi sicuramente, non lo vedremo stravolgere i suoi schemi di regolarista
per partite abbreviate con soluzioni da flipper. Questa è
la sua forza, (guardacaso a Stoccolma è cresciuto nello stesso circolo
di Borg), questo anche il suo limite. Per ora intanto Roma 2000 ed il tetto
del mondo sono suoi. Ed anche la capacità di star bene con
se stessi, visto che il meglio che si poteva estrapolare dalle sue qualità,
è stato ricavato a suo di sudore e paziente lavoro sui campi. Speriamo
che qualcuno da noi, tra giocatori e dirigenti federali, se ne ricordi
presto. Visto che anche questa edizione del torneo romano ci ha regalato,
per modo di dire, un altro umiliante bilancio di nessun azzurro almeno
al secondo turno.
Paolo Ghisoni
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