LUGLIO 1999 
 
  
 
ITALVOLLEY ANCORA INVINCIBILE
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Difficilmente la storia sportiva di una disciplina potrà arrivare a numeri così imponenti raggruppati in un periodo che definire d'oro può addirittura apparire riduttivo. Diciannove successi di livello continentale e mondiale in 11 anni sono lo straordinario palmarès che la nazionale azzurra di volley consegnerà ai posteri. L'ultimo, in ordine di tempo, arriva dall'Argentina, dove l'Italia ha conquistato la sua settima World League, una manifestazione che ogni due anni, in alternanza coi campionati mondiali, mette di fronte le nazioni con il migliore pedigree pallavolistico.
Nell'arco di tempo che supera di poco il decennio la costante a cui ci ha abituati il sestetto azzurro sono i trionfi; una continua verifica di essere il movimento del volley più preparato e prolifico del mondo. Solo le Olimpiadi rimangono un tabù da superare. Ma vista la straordinaria scuola e i ricambi generazionali che abbiamo saputo produrre c'è da scommettere che già a Sydney l'anno prossimo ci giocheremo una chanche importante per spezzare anche l'ultimo dei desideri finora proibiti.
L'eccezionalità del gruppo azzurro sta nello smantellamento progressivo di interrogativi classici che vengono a porsi all'indomani del raggiungimento di grandi traguardi. Bisogna risalire al 1989 quando Julio Velasco guidò un acerbo ma talentuoso sestetto alla conquista del titolo Europeo. Da allora un crescendo di risultati ha portato nelle bacheche della federazione World League in quantità industriale, Coppe del Mondo e altri titoli continentali. Una volta esaurita, secondo il commissario tecnico argentino, il ciclo vincente, Velasco ha voluto tirarsi da parte, consegnando però ai successori un'eredità pesante come un macigno; 7 anni di trionfi in ogni parte del globo con l'unico neo, come accennato, di 2 delusioni Olimpiche.
I dirigenti italiani, per sostituire un allenatore diventato il simbolo dell'uomo vincente, hanno pescato ancora all'estero, con l'esperto Bebeto, già coach in Italia e, a livello mondiale, della Selecao.  Con lui terra di conquista ancora una World League, nel 1997, e soprattutto un sensazionale titolo mondiale la stagione scorsa, con un solo "sopravvissuto" del nucleo storico velaschiano, ovvero il capitano Gardini.
Anche per Bebeto, come per il suo predecessore e collega sudamericano, il trionfo iridato ha rappresentato l'ultimo exploit di un periodo minimo rispetto a quello del carismatico argentino (solo 2 anni). Bruciate motivazioni ed energie nervose nel salire sul tetto del mondo, sconfiggendo tra l'altro, la nazionale del suo paese in semifinale, Bebeto ha abdicato nel momento migliore per se stesso ma peggiore per chi ne ereditava il ruolo.
La duplice scommessa, il salto nel buio coraggioso, questa volta ha coinvolto un ex azzurro del gruppo di Velasco, passato sulla sponda opposta come apprendista stregone. Andrea Anastasi, uno dei ripescati dall'argentino nei primi anni di gestione nazionale, ha saputo ribadire la grande verve del movimento italiano. Con lui l'Italvolley in Argentina ha saputo dimostrare, se ce ne fosse bisogno, che anche intercambiando elementi e anagrafe, esiste una scuola granitica nel nostro paese, uno zoccolo duro, capace di sfornare campioni a getto continuo. La molla della competitività e della comparazione ha finora livellato verso l'alto il movimento pallavolistico della penisola; non un pericoloso boomerang psicologico ma una situazione di stimolo decisiva per non far mai rimpiangere i successi dei predecessori. Con questi presupposti non va comunque sottovalutata la capacità del tecnico, che se da un lato ha la fortuna di poter pescare a piene mani in un vivaio assolutamente fertile, dall'altra ha anche la pesante responsabilità di limitare il proprio potenziale con esclusioni dolorose. Gli atleti del momento prolungano così la scia trionfale e si ripropongono come la squadra da battere tra un anno a Sidney. Alle altre nazioni , come da anni a questa parte,  non resta che sperare che il giacimento miracoloso smetta di produrre fenomeni
 
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