
ITALVOLLEY ANCORA INVINCIBILE
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Difficilmente la storia sportiva di una disciplina
potrà arrivare a numeri così imponenti raggruppati in un
periodo che definire d'oro può addirittura apparire riduttivo. Diciannove
successi di livello continentale e mondiale in 11 anni sono lo straordinario
palmarès che la nazionale azzurra di volley consegnerà ai
posteri. L'ultimo, in ordine di tempo, arriva dall'Argentina, dove l'Italia
ha conquistato la sua settima World League, una manifestazione che ogni
due anni, in alternanza coi campionati mondiali, mette di fronte le nazioni
con il migliore pedigree pallavolistico.
Nell'arco di tempo che supera di poco il decennio
la costante a cui ci ha abituati il sestetto azzurro sono i trionfi; una
continua verifica di essere il movimento del volley più preparato
e prolifico del mondo. Solo le Olimpiadi rimangono un tabù da superare.
Ma vista la straordinaria scuola e i ricambi generazionali che abbiamo
saputo produrre c'è da scommettere che già a Sydney l'anno
prossimo ci giocheremo una chanche importante per spezzare anche l'ultimo
dei desideri finora proibiti.
L'eccezionalità del gruppo azzurro sta
nello smantellamento progressivo di interrogativi classici che vengono
a porsi all'indomani del raggiungimento di grandi traguardi. Bisogna risalire
al 1989 quando Julio Velasco guidò un acerbo ma talentuoso sestetto
alla conquista del titolo Europeo. Da allora un crescendo di risultati
ha portato nelle bacheche della federazione World League in quantità
industriale, Coppe del Mondo e altri titoli continentali. Una volta esaurita,
secondo il commissario tecnico argentino, il ciclo vincente, Velasco ha
voluto tirarsi da parte, consegnando però ai successori un'eredità
pesante come un macigno; 7 anni di trionfi in ogni parte del globo con
l'unico neo, come accennato, di 2 delusioni Olimpiche.
I dirigenti italiani, per sostituire un allenatore
diventato il simbolo dell'uomo vincente, hanno pescato ancora all'estero,
con l'esperto Bebeto, già coach in Italia e, a livello mondiale,
della Selecao. Con lui terra di conquista ancora una World League,
nel 1997, e soprattutto un sensazionale titolo mondiale la stagione scorsa,
con un solo "sopravvissuto" del nucleo storico velaschiano, ovvero il capitano
Gardini.
Anche per Bebeto, come per il suo predecessore
e collega sudamericano, il trionfo iridato ha rappresentato l'ultimo exploit
di un periodo minimo rispetto a quello del carismatico argentino (solo
2 anni). Bruciate motivazioni ed energie nervose nel salire sul tetto del
mondo, sconfiggendo tra l'altro, la nazionale del suo paese in semifinale,
Bebeto ha abdicato nel momento migliore per se stesso ma peggiore per chi
ne ereditava il ruolo.
La duplice scommessa, il salto nel buio coraggioso,
questa volta ha coinvolto un ex azzurro del gruppo di Velasco, passato
sulla sponda opposta come apprendista stregone. Andrea Anastasi, uno dei
ripescati dall'argentino nei primi anni di gestione nazionale, ha saputo
ribadire la grande verve del movimento italiano. Con lui l'Italvolley in
Argentina ha saputo dimostrare, se ce ne fosse bisogno, che anche intercambiando
elementi e anagrafe, esiste una scuola granitica nel nostro paese, uno
zoccolo duro, capace di sfornare campioni a getto continuo. La molla della
competitività e della comparazione ha finora livellato verso l'alto
il movimento pallavolistico della penisola; non un pericoloso boomerang
psicologico ma una situazione di stimolo decisiva per non far mai rimpiangere
i successi dei predecessori. Con questi presupposti non va comunque sottovalutata
la capacità del tecnico, che se da un lato ha la fortuna di poter
pescare a piene mani in un vivaio assolutamente fertile, dall'altra ha
anche la pesante responsabilità di limitare il proprio potenziale
con esclusioni dolorose. Gli atleti del momento prolungano così
la scia trionfale e si ripropongono come la squadra da battere tra un anno
a Sidney. Alle altre nazioni , come da anni a questa parte, non resta
che sperare che il giacimento miracoloso smetta di produrre fenomeni
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