OTTOBRE 1999 
 
  
 
MONDIALI DI RUGBY ; ITALIA, CHE TONGA !
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Di pacifico hanno solamente l’oceano che li circonda. E da questa settimana anche l’Italia dell’ovale ha scoperto di che pasata sono fatti questi guerrieri solitari lontani migliaia di chilometri dalla civiltà moderna. Arcipelago Polinesiano, circa 5 ore d’aereo da Sydney, già di per se in capo al mondo. E’ lì che un’isola di circa 700 metri quadrati con meno abitanti di Pavia costruisce scampoli di gloria e sogni mondiali. Alla massima rassegna iridata del rugby abbiamo nel weekend alle spalle abbiamo imparato sulla nostra pelle quanto può essere ancora affascinante e imprevedibile lo sport. Non siamo certo ai livelli di sorprese assolute quali la sconfitta della nazionale azzurra di calcio ai mondiali del 1966 con la Corea. Ma la debacle dei ragazzi del rugby contro la nazionale tongana offre uno spaccato, ahinoi, di come non bastino sempre soldi e moderni sistemi di allenamento per vincere la forza della natura.
Potrebbe sembrare esagerato paragonare gli atleti della minuscola isola del Pacifico alla ingestibile prorompenza di alcuni agenti del nostro pianeta. Ma come definireste voi una serie di colossi di oltre 110 kilogrammi che corrono come centometristi  senza la minima paura del contatto fisico ?
Nella partita d’esordio si sono permessi il lusso di tenere in scacco la prima potenza rugbistica mondiale, ovvero gli All Blacks neozelandesi. A cominciare dalla danza di guerra pre-match, la Ikale Tahi, opposta con urli assordanti alla già famosa Haka della nazionale più importante dell’ovale.
Gli azzurri, collocati in un girone di ferro appunto con Nuova Zelanda e Inghilterra, puntavano proprio sul match contro i polinesiani per puntare ai quarti come migliore terza. E’ andata invece che di misura ma meritatamente i nostri avversari ci abbiamo consegnato la seconda sconfitta della rassegna e il relativo ruolo di cenerentola del girone.
Una bella soddisfazione per il 16 tongano e per il suo tecnico sudafricano Dave Waterson che alla vigilia dei mondiali aveva proprio fissato come obiettivo primario lo sconfiggere gli azzurri. Ma anche per quel centinaio di supporter con rigorose sciarpe biancorosse (i colori rappresentattivi dell’isola) che si sono sciroppati la bellezza di 32 ore di aereo per tifare tonga nel cuore dell’Inghilterra.
Non è comunque ed essenzialmente un solo dono della natura il rugby e lo strapotere fisico dei nostri giustizieri.Dei 100mila abitanti ben 2500, quasi il 5% della popolazione, sono agonisti. 62 club hanno organizzato e disciplinato in un campionato lo sport per eccellenza sull’isola. Uno sport che non è altro che la prosecuzione della loro guerra d’indipendenza, anche se stando alle loro dichiarazioni il popolo polinesiano si professa assolutamente pacifico.
Qualche dubbio aveva attraversato la mente di Capitan Dominguez e soci già all’ingresso in campo nel vedere i volti dei guerrieri in maglia rossa e il loro rito aggressivo rito per entrare psicologicamente nel match. Dubbi che sono diventati tremenda realtà quando il pacchetto di mischia tongano ha cocciato contro il nostro, facendolo retrocedere di qualche metro come già quello neozelandese nella sfida d’esordio.
Per una nazionale azzurra dunque che torna a casa ecco una piccola isola del Pacifico che fa il suo ingresso nell’elite mondiale del rugby. E che probabilmente pagherà in parte questa improvvisa notorietà con un altro saccheggio di giocatori da parte delle più prossime potenze mondiali dell’ovale come Sud Africa, Nuova Zelanda e Giappone. Era già accaduto in passato , succederà forse ora ancor più. D’altronde se è vero che le forze della natura non si possono assolutamente far crescere o trapiantare, è altrettanto vero che spesso si possono incanalare e sfruttare. Anche se a livello agonistico pare brutto parlare in questi termini.
 
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