
MONDIALI DI RUGBY ; ITALIA, CHE TONGA
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Di pacifico hanno solamente l’oceano che li circonda.
E da questa settimana anche l’Italia dell’ovale ha scoperto di che pasata
sono fatti questi guerrieri solitari lontani migliaia di chilometri dalla
civiltà moderna. Arcipelago Polinesiano, circa 5 ore d’aereo da
Sydney, già di per se in capo al mondo. E’ lì che un’isola
di circa 700 metri quadrati con meno abitanti di Pavia costruisce scampoli
di gloria e sogni mondiali. Alla massima rassegna iridata del rugby abbiamo
nel weekend alle spalle abbiamo imparato sulla nostra pelle quanto può
essere ancora affascinante e imprevedibile lo sport. Non siamo certo ai
livelli di sorprese assolute quali la sconfitta della nazionale azzurra
di calcio ai mondiali del 1966 con la Corea. Ma la debacle dei ragazzi
del rugby contro la nazionale tongana offre uno spaccato, ahinoi, di come
non bastino sempre soldi e moderni sistemi di allenamento per vincere la
forza della natura.
Potrebbe sembrare esagerato paragonare gli atleti
della minuscola isola del Pacifico alla ingestibile prorompenza di alcuni
agenti del nostro pianeta. Ma come definireste voi una serie di colossi
di oltre 110 kilogrammi che corrono come centometristi senza la minima
paura del contatto fisico ?
Nella partita d’esordio si sono permessi il lusso
di tenere in scacco la prima potenza rugbistica mondiale, ovvero gli All
Blacks neozelandesi. A cominciare dalla danza di guerra pre-match, la Ikale
Tahi, opposta con urli assordanti alla già famosa Haka della nazionale
più importante dell’ovale.
Gli azzurri, collocati in un girone di ferro
appunto con Nuova Zelanda e Inghilterra, puntavano proprio sul match contro
i polinesiani per puntare ai quarti come migliore terza. E’ andata invece
che di misura ma meritatamente i nostri avversari ci abbiamo consegnato
la seconda sconfitta della rassegna e il relativo ruolo di cenerentola
del girone.
Una bella soddisfazione per il 16 tongano e per
il suo tecnico sudafricano Dave Waterson che alla vigilia dei mondiali
aveva proprio fissato come obiettivo primario lo sconfiggere gli azzurri.
Ma anche per quel centinaio di supporter con rigorose sciarpe biancorosse
(i colori rappresentattivi dell’isola) che si sono sciroppati la bellezza
di 32 ore di aereo per tifare tonga nel cuore dell’Inghilterra.
Non è comunque ed essenzialmente un solo
dono della natura il rugby e lo strapotere fisico dei nostri giustizieri.Dei
100mila abitanti ben 2500, quasi il 5% della popolazione, sono agonisti.
62 club hanno organizzato e disciplinato in un campionato lo sport per
eccellenza sull’isola. Uno sport che non è altro che la prosecuzione
della loro guerra d’indipendenza, anche se stando alle loro dichiarazioni
il popolo polinesiano si professa assolutamente pacifico.
Qualche dubbio aveva attraversato la mente di
Capitan Dominguez e soci già all’ingresso in campo nel vedere i
volti dei guerrieri in maglia rossa e il loro rito aggressivo rito per
entrare psicologicamente nel match. Dubbi che sono diventati tremenda realtà
quando il pacchetto di mischia tongano ha cocciato contro il nostro, facendolo
retrocedere di qualche metro come già quello neozelandese nella
sfida d’esordio.
Per una nazionale azzurra dunque che torna a
casa ecco una piccola isola del Pacifico che fa il suo ingresso nell’elite
mondiale del rugby. E che probabilmente pagherà in parte questa
improvvisa notorietà con un altro saccheggio di giocatori da parte
delle più prossime potenze mondiali dell’ovale come Sud Africa,
Nuova Zelanda e Giappone. Era già accaduto in passato , succederà
forse ora ancor più. D’altronde se è vero che le forze della
natura non si possono assolutamente far crescere o trapiantare, è
altrettanto vero che spesso si possono incanalare e sfruttare. Anche se
a livello agonistico pare brutto parlare in questi termini.
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