NOVEMBRE 2000 
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CALCIO, ISTERIA COLLETTIVA. MA IL COLPEVOLE?

Cosa possa centrare un semi-bollettino di guerra con un paio di partite di calcio è un fenomeno difficilmente spiegabile se non con le stranezze di casa nostra.
Se un estraneo avesse letto i quotidiani sportivi nostrani di questa settimana si sarebbe sicuramente chiesto su quale razza di pianeta sportivo fosse atterrato. Un giocatore in coma, due pestaggi , insulti tra atleti e i “soliti” idioti che la domenica pensano bene di agitare le mani per cercare di esprimere i loro concetti migliori.
Fosse una situazione isolata , si potrebbe anche pensare che tutto il mondo in fondo è paese. Ma il fatto che praticamente ogni settimana quello che è uno dei business più importanti del nostro paese partorisca eventi simili lascia sinceramente stupefatti.
La gravita’ della vicenda che ha coinvolto i due giocatori di Modena e Como, rispettivamente Bertolotti e Ferrigno, ha inevitabilmente accresciuto l’entità del fatto. Un giocatore che colpisce un altro a tradimento a fine partita e lo manda in coma è vicenda da tribunale o codice penale. E il fatto che sia accaduto in un settore che teoricamente dovrebbe essere esempio formativo per i più giovani da ancora più enfasi negativa all’accaduto.
Qualche collega dei due protagonisti, uno su tutti Cannavaro, ha detto ora che si è veramente toccato il fondo. E questo ci pare, o il punto di partenza o meglio d’arrivo, sul quale sviluppare un’analisi delle circostanze.
Che ora anche i tra atleti si arrivi pesantemente alle mani, dopo un corollario di insulti, sputi e altre “finezze” del genere è indubbiamente il segnale che la differenza tra chi si mena fuori e chi lo fa sul campo si fa sempre più sottile. 
La spirale di violenza coinvolge ormai tutto l’ambiente e siamo francamente stufi di sentirne parlare ogni lunedì con aria sempre più preoccupata. Il tutto pizza di ipocrisia e nasconde anche qualche paradosso.
Ad esempio come mai i media continuano a deprecare i fatti e poi per dovere di cronaca citano ancora tutte le situazioni nelle quali si verificano ad esempio cori razzisti e pestaggi. Ma parlarne e mostrane le gesta non è in fondo quello che cercano questa massa di imbecilli che si identificano nelle sicurezze del branco?
E vi è poi mai capitato di essere perquisiti come il teorico dinamitardo che mette piede per l’ennesima volta allo stadio con evidenti intenzioni eversive una volta varcato l’ingresso dello stesso? 
Oppure in tribuna stampa, alla quale si accede quasi esclusivamente presentando credenziali professionali,  non si puo’ avere una mezza minerale perche’ la bottiglia teoricamente in un atto di collera potrebbe volare sul terreno di gioco.
Ti volti poi verso i settori a fianco e il meno peggio che si possa notare rappresenta il solito fumogeno o petardo lanciato all’indirizzo del malcapitato avversario che transita sotto la curva. Ti chiedi allora da che parte possano essere entrati questi oggetti se il sottoscritto ha addirittura dovuto lasciare all’ingresso le due monetine che aveva nel giubbotto.
La risposta è una sola e piuttosto triste, purtroppo all’insegna della conninvenza. Le società sanno benissimo chi sono e cosa portano questa frangia di tifosi con se. Non pagano il biglietto d’ingresso, si muovono a spese del contribuente con tanto di mezzi di scorta e fanno danni. In ogni nazione civile ce ne sarebbe per dire basta. A noi no, si va avanti, trincerandosi dietro il fatto che gli stadi potrebbero svuotarsi. 
Ecco un'altra equazione facilmente ribaltabile. Si sa che ormai gli introiti, quelli veri,  per un club non arrivano certo dalle poche lire versate dagli spettatori. E allora quale grave perdita potrebbe avere il mondo del calcio dallo schedare e mettere alla porta i soliti noti?
Meno tifo, meno colore o forse meno spettacolo? Può darsi ma vediamo il rovescio della medaglia. Senza questi imbecilli, gli stadi più sicuri non invoglierebbero anche qualche genitore a rifrequentare con la famiglia quello che è ormai uno dei posti più a rischio.
E davanti a tanti ragazzini e meno esagitati gli stessi giocatori non si sentirebbero più responsabilizzati nel dover dare un esempio alle future generazioni? A cosa serve giocare una partita del Giubileo davanti al Papa con l’Olimpico stracolmo di bambini se poi alla domenica in campionato si torna ad imitare il teppista menando chi ti capita a tiro con la scusante che il fine, ovvero il risultato, giustifica il mezzo, ovvero calci e tackle…
Ragionamenti e logiche ormai sulla bocca di tutti. Eppure si va avanti per inerzia verso il peggioramento costante. Chi puo’ dire basta purtroppo non sembra ancora nato. 

Paolo Ghisoni
 

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