DICEMBRE 2000 
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TENNIS: LA SPAGNA ABBRACCIA FINALMENTE LA COPPA DAVIS

Ci sono voluti 101 anni di competizione prima che una delle nazioni attualmente più forti, se non la migliore, approdasse a quello che è considerato il campionato del mondo a squadre di tennis.
La Spagna vince dopo snervante attesa la sua prima Coppa Davis e lo fa battendo una delle potenze della racchetta che di titoli ne aveva incamerati in doppia cifra soprattutto a cavallo degli anni 50 e 60, ovvero l’Australia.
Che l’evento decisivo sia stato deciso da questa sfida anomala non toglie nulla al fascino e al prestigio di questa competizione che col passare degli anni e con l’avvento del tennis moderno è risultata sempre più compressa e snobbata dai migliori atleti.
Anzi , il patriottismo con cui Corretja, Albert Costa, Ferrero e il doppista Balcells trascinando il pubblico di casa agli eccessi, è sicuramente a nota lieta di un evento che suscita ancora parecchie emozioni per chi naturalmente ne attendeva da anni il risultato pieno.
Non che l’Australia non ci tenesse a vincerla,intendiamoci. Ma mentre gli iberici hanno fatto di tutto, a cominciare dalla scelta della superficie e delle palle, gli Ozie hanno dovuto rinunciare a Philippoussis per beghe interne e ad un doppista come Woodbridge che ha preferito rimanere accanto alla moglie prossima alla procreazione del primogenito.
Il fattore disgregante ha trovato cosi’ terreno fertile nella squadra australiana quando Pat Rafter, malconcio numero uno, si è dovuto ritirare nella prima giornata nel secondo match con il suo team avanti 1 a 0.
Sovvertendo pronostico e precedenti, la Spagna ha paradossalmente abbreviato l’agonia dei rivali, vincendo il doppio e conquistando poi con Ferrer, nella sfida tra teenagers,  il punto decisivo su Hewitt.
Non avremmo osato pensare in quale condizione si sarebbe potuto giocare l’eventuale match decisivo tra o un Rafter a mezzo servizio o uno dei due doppisti ozie (Stolle-Woodforde) disastrosi sulla terra rossa.
Quello che era gia’ un inferno e una bolgia umana, grazie al pessimo tifo dei supporter di Barcellona, sarebbe diventata una autentica corrida che al 99% si sarebbe trasformata in una via crucis per capitan Newcombe e i suoi ragazzi.
La Spagna trionfa dunque aproffittando della superficie prediletta, il rosso, sul quale è stata capace di sfornare in continuazione nell’ultimo ventennio, anche la femminili, formidabili racchette.
Gente come Emilio Sanchez,  Bruguera, Moya, Corretja, Costa e recentemente Ferrero , con al femminile le sempreverdi Martinez e Arancia Sanchez , parevano predestinati a dominare la competizione a squadre più prestigiosa del mondo. Ma mentre nella versione donne, ovvero la Federation Cup ci erano riusciti ben in cinque occasioni, ecco che nel maschile c’è voluto più di un secolo.
Una serie di fattori divergenti aveva sempre impedito il lieto evento; ma una volta messi da parte anche li clan e le lotte intestinali anche con scelte discutibili (curiosa la soluzione della reggenza di 4 capitani , uno per ogni giocatore, che ha contraddistinto la trionfale campagna del 2000), ecco che per la Spagna, sotto gli occhi di Re Juan Carlos è arrivato il premio ad uno straordinario movimento in salute.
Peccato che lo abbia fatto alla “latina” ovvero con la collaborazione di un pubblico oltre le righe quanto a supporto rumoroso. Troppi gesti e urlacci antisportivi, troppi isterismi anti-australiani. Il tennis è prima di ogni altra cosa, il gioco del silenzio e del rispetto verso l’avversario. Forse i nostri vicini di casa farebbero bene a visionarsi almeno un match giocatosi a Wimbledon, ovvero nella patria dove la diciplina è nata.
Sul primo punto l’usanza prevede che un giocatore incroci lo sguardo dell’avversario , gli alzi le palle da gioco come a verificarne la sua prontezza e l’arbitro pronunci la frase.. “silence please, players are ready!”.
A Barcellona un cerimoniale del genere sarebbe stato paragonabile ad una bestemmia. Allora non è poi  un gran bene che l’armata spagnola diserti con continuità l’erba londinese adducendo difficoltà tecniche. Una gita premio, almeno ai propri tifosi, nel tempio dello sport di cui detengono uno dei massimi trofei, ora potrebbero davvero promuoverla. 

Paolo Ghisoni
 

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