IL FASCINO DELLA PARIGI-ROUBAIX

Vedere quel nugolo di biciclette navigare a vista nel fango ha riportato alla mente le fase pionieristiche di quasi tutte le discipline sportive. Il tempo (o meglio l’evoluzione delle varie attività) ha quasi cancellato la fase dello sforzo disagiato, ovvero quel momento di una gara nel quale i vari agenti atmosferici possono interferire sull’esito dello sforzo agonistico. In un mondo dove i miliardi per alcuni, i milioni per altri, giustamente, fanno anche valutare la necessità o meno di esporre gli atleti a rischi evitabili, rimangono però ancora delle “mosche bianche”. Per il ciclismo questa eccezione si chiama Parigi-Roubaix, la classica sfida pre-pasquale che porta i corridori dalla capitale francese alla cittadina belga lungo un tragitto di 254 km. Chi li vedesse sbucare solo nel velodromo che funge da traguardo alla massacrante sfida, si chiederebbe da quale sperduto angolo della terra potrebbero arrivare, maschere di fango su biciclette multicolore. La pioggia, peraltro, ha deciso di fare da contorno al già poco agevole percorso e l’”inferno delle due ruote” ha potuto così esprimere al meglio le proprie potenzialità. Asfalto completamente cancellato, trasformato in un pantano che ha innescato cadute a catena, oltre all’. Passando per l’immancabile quanto martellante pavé, tortura già di per sé per braccia e natiche degli atleti. Ha vinto un olandese, Servais Knaven, ma per gli appassionati della classica primaverile l’evento alle spalle ha sancito la fine della carriera di un italiano che a Roubaix hanno addirittura nominato cittadino onorario. Di Franco Ballerini forse si ricorderanno in pochi tra qualche anno in Italia, ma i suoi tre trionfi nella gara infernale ne fanno uno degli atleti più acclamati da chi considera la Parigi-Roubaix la gara ciclistica per eccellenza. Quella dove il cuore, le gambe e la testa devono spesso fare i conti anche con l’elemento atomosferico impazzito, che fa sconfinare la gara nel gesto epico, nello sforzo ai limiti delle proprie possibilità. Ballerini per la gente del posto è uno dei “diavoli” sbucati dal delirio di fango, pioggia e sudore che rende affascinante uno degli ultimi esempi di sfida primordiale. L’azzurro ha deciso di dare l’addio all’agonismo proprio nel suo regno, dove magari avrebbe voluto chiudere con un piazzamento più dignitoso del trentaduesimo posto. Ma aver scelto l’espatrio per chiudere è un segnale evidente di quanto a Franco potesse importare il risultato. Quello che conta era scritto sulla sottomaglia, scoperta sul traguardo, preservata dalle intemperie grazie ad una giacchetta a vento. “Merci Roubaix”, grazie di tutto. “Se non ci fossi stata, probabilmente non avrei avuto nemmeno questa chiusura di rilievo. Se non ci fossi stata, come magari qualche collega più imborghesito gradirebbe, non avrei mai scoperto cosa significa correre contro tutto e tutti.”