CALCIO: VERONA... CAPITALE

L’hanno onorato con un derby fantastico, ricco di emozioni, gol e nerbo agonistico. Insomma Chievo e Verona per il momento riempiono con indubbio merito le prime pagine dei quotidiani sportivi e non. Come Romeo e Giulietta, le due società scaligere amoreggiano infatti nei quartieri medio-alti del campionato di serie A. Poco importa se la stracittadina ha premiato la squadra più sotto in classifica, il Verona, e se il Chievo, nonostante una sconfitta rocambolesca, dopo essere stato avanti per 2 a 0, mantiene ancora il primato solitario al vertice.
Quello che è straordinario, che rende unico il fenomeno gialloblù (entrambe hanno questi colori sociali) è il fatto che la città in riva all’Adige al momento si lascia dietro, calcisticamente parlando, le tre metropoli storicamente nobili (Milano, Torino e Roma). Febbre a 36, recita la somma punti di Verona e Chievo, meglio delle altre avversarie che si spartiscono la supremazia cittadina. Dovevano partire per salvarsi entrambe, lottano invece addirittura per un posto in Europa. Giusto celebrarle, giusto sottolineare come una sana programmazione senza esborsi folli possa produrre ottimo calcio e risultati prestigiosi. Le Grandi aspettano, sperando che il fenomeno non duri, ma attenzione perché concedere attenuanti al proprio ritardo non sempre dà buoni frutti. Il calendario fitto di impegni per le favorite può infatti giocare brutti scherzi. Basta poco, gestire male le proprie risorse energetiche e voilà, la sorpresa è servita.
Per il momento dunque Verona e Chievo sembrano strette nella morsa di Inter, Roma, Juventus e forse Milan. Tutte società però ancora in corsa in Europa e in Coppa Italia. Chissà allora che dovendosi esporre su più fronti, non rischino di far perdurare il miracolo veneto. Un paio di considerazioni anche sull’esultanza di Alberto Malesani, allenatore del Verona, al termine del derby. 5 minuti buoni sotto la curva dei propri tifosi tra urla, spogliarello e celebrazioni con chiunque gli capitava a tiro (anche un paio di pompieri!!). Qualche Solone dell’informazione lo ha subito redarguito perché un tecnico serio non può lasciarsi andare ad atteggiamenti così plateali, e così facendo, tra l’altro, potrebbe non avere mai la chance di allenare una grande squadra. Malesani non ci ha pensato su due volte ed in diretta si è scagliato contro tutto e tutti, per critiche comportamentali a suo dire ridicole e ipocrite. Una risposta sopra le righe anche come toni, ma che in parte aveva un fondamento di verità. Un allenatore infatti è anche una persona come le altre ed ha il diritto di poter esprimere le proprie emozioni.
Che poi Malesani sia uno così: esplicito, diretto, che non ha mezze misure, lo avevamo già capito ai tempi di Firenze e Parma. Il fatto è che nel calcio attuale quando una persona si comporta in maniera spontanea, anche facendo trasparire emozioni nostrane, viene sempre stuzzicato il filone della dietrologia. Del trovare una ragione a tutti i costi che giustifichi un comportamento, e così se Malesani va sotto la curva dopo una vittoria sofferta, non è perché ha un moto di gioia irrefrenabile ed istintivo, quanto piuttosto perché vuole arruffianarsi i propri tifosi con atteggiamenti che di solito non si vedono sui campi da calcio. L’errore purtroppo il sanguigno Alberto l’ha commesso giustificandosi, cercando di spiegare il perché di un gesto irrazionale, e soprattutto cadendo nella trappola di chi deve e vuole fare un’informazione provocatoria e che non aspetta altro, in domeniche spesso stitiche e stereotipate, dell’assist propizio.
A me, dell’esultanza eccessiva, non è piaciuto solo un aspetto, e si tratta di una questione di tatto: Malesani ha allenato in precedenza il Chievo, col quale si è arrampicato dalla C2 alla B costruendo un piccolo miracolo organizzativo. Ma la riconoscenza non va limitata ai successi sul campo, perché alla base di tutto ci fu una doppia scommessa: quella di Malesani che da dipendente-impiegato lasciò la Canon per rincorrere un sogno tipicamente italiano e soprattutto quella del presidente Campedelli che affidò a questo 35enne rampante la scalata del giocattolo di famiglia. Ora se torto c’è stato nell’esultanza eccessiva, nell’andare sotto la curva della società rivale girando le spalle ai tifosi originari, io lo intravedo solo in questa mancanza di sensibilità verso chi (la famiglia Campedelli) ti ha permesso di arrivare sino al calcio che conta. Una volta sistemato questo aspetto, con le relative scuse, non credo che Malesani debba giustificarsi con chiunque per come ha festeggiato una vittoria così sofferta.