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Calcio:
SI SALVA IL VERONA, IL SUD AI MINIMI STORICI
Alla
fine dunque si è avverata una delle ipotesi peggiori; il calcio di serie
A si fermerà nella stagione 2001/2002 a Lecce. La geografia del pallone
che conta si sposta decisamente verso l’alto, in senso di latitudine.
Nell’ultimo atto del campionato il Verona la spunta nel doppio spareggio
con la Reggina grazie al gol in trasferta. E per la parte meridionale
dell’Italia arriva un altro duro colpo a livello sportivo. La retrocessione
dei calabresi si somma infatti a quelle già acquisite di bari e Napoli.
C’è mancato poco che al posto del Vicenza, quarta squadra caduta in B,
ci fosse un’altra formazione del sud; nella roulette russa dei 90 minuti
finali il Lecce è stato infatti per quasi tutti quegli interminabili giri
d’orologio l’altra vittima prima che un guizzo d’orgoglio rimettesse l’undici
di Cavasin in carreggiata. Sarebbe stato francamente troppo, anche per
i valori emersi in campo.
Il Lecce fino a metà stagione avrebbe potuto essere una delle tante rivelazioni
dell’anno a pari merito con Perugia e Brescia. Ha invece rischiato , per
un calo di tensione, più del dovuto e forse il grande spavento corso sarà
di lezione per una migliore gestione emotiva e fisica nel prossimo campionato.
Di certo c’è il fatto, come sottolineato, che dalla B salgono quattro
società “nordiche”, ovvero Torino, Piacenza, Venezia e Chievo. L’inerzia
della prossima stagione si sposta cosi’ verso l’alto , con ben 14 team
concentrati da Udine a Firenze, e con il quartetto di Perugia, Lecce appunto
e le due romane a fungere da punta di uno stivale a livello calcistico
estremamente corto. Un vero peccato, un grosso rammarico per una serie
di motivazioni che fanno del Sud sportivo una delle parentesi piu’ belle
a livello agonistico. Calore straordinario, attaccamento a tratti morboso,
coreografie eccezionali. Difficile riassumere in poche parole cosa significhi
partecipazione emotiva per il meridione agli eventi sportivi che contano.
Una disciplina, teoricamente, per definirsi rappresentativa a livello
nazionale dovrebbe portare almeno un proprio esponente a gareggiare con
gli altri. Nel calcio nostrano già non era così. Città importanti come
Palermo, Cagliari e Genova già non appartengono all’attuale geografia
del calcio di A. Se a ciò aggiungiamo le ultime bocciate, ovvero Bari,
Napoli e Reggio Calabria, ecco che il quadretto penalizzante si completa.
Il Sud si ritrova a livello pallone senza quella passione che la domenica
aggrega centinaia di appassionati e non; ma soprattutto senza quell’orgoglio
da “esportare” e sbandierare, da mettere idealmente sul piatto della bilancia
quando si fanno notare le cose che non vanno. Non va comunque tutto archiviato
sottoforma di autocommiserazione e piagnistei.
Ci sono inevitabilmente colpe a livello societario se la situazione è
pessima. Soprattutto Napoli ha completamente fallito la gestione stagionale,
in rapporto al potenziale economico a disposizione. Se un piccolo club
come il Chievo, esponente di un quartiere di Verona, il “Ceo”, con soli
3000 abitanti, riesce a creare una struttura capace di salire nel calcio
d’elite, un segreto dovrà pur esserci. E necessariamente, visti i relativi
investimenti ed esborsi effettuati dal presidente Campedelli, non si tratta
di miliardi da riversare nelle tasche di giocatori di nome che poi alla
fine l’attaccamento alla maglia non lo dimostrano nemmeno corricchiando
più del dovuto. Se quindi un presunto campione come Edmundo, arrivato
proprio a Napoli come salvatore della patria, si riconosce in questa critica,
non si offenda più di tanto; perché il suo contributo alla causa partenopea
quest’anno, in rapporto all’investimento effettuato, è stato semplicemente
scandaloso.
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