BASKET NBA: ANCORA LOS ANGELES

Era cominciata col dubbio che questa serie finale potesse regalare emozioni importanti, dopo che Philadelphia, sorpresa della stagione, aveva vinto, in trasferta, la prima gara. E’ finita invece con un monologo impressionante dei Lakers, per i quali quella sconfitta rappresenta la sola debacle in 11 gare di Play-off. Un ruolino di marcia che suona come piccola tirannide del canestro americano per un gruppo che ha saputo ripetere il successo della stagione precedente. Parli di mostri sacri nel quintetto californiano e spuntano su tutti i nomi di Shaquille O’Neal e Kobe Bryant, con un condottiero di riguardo in panchina come Phil Jackson, l’uomo che insieme a Michael Jordan ha scritto le pagine più belle nella storia dei Chicago Bulls.
Ma il segreto dei Lakers, soprattutto quest’anno, è stata la capacità di alternare anche gregari e seconde linee tutte motivate e capaci di foraggiare la causa californiana al momento del bisogno. Fox, Horry, Grant e Fischer hanno saputo ritagliasi la dimensione di primattori in spiccioli di gara nelle quali non sempre i palloni che scottano sono passati nelle mani di chi aveva l’obbligo morale di fare la differenza. Il quintetto visto comunque nei play-off è un team che ha saputo capitalizzare tutte le energie mentali e fisiche per il rush finale, quello nel quale non conta più aver disputato o meno una stagione da protagonisti. Los Angeles ha dato la sensazione di giocare al gatto col topo fino alla fine della regular season. Ma non appena ha dovuto ingranare una marcia in più nei match che lo richiedevano, ebbene è sembrata veramente una squadra irraggiungibile. Individualità ma anche portatori d’acqua di talento; questa la ricetta Lakers, che ha saputo anche tenere a bada l’egoismo di Bryant e l’insofferenza nei suoi confronti di Shaq e Jackson. Qualcuno ci ha provato a mettere zizzania tra le fila dei futuri vincitori del titolo, giocando proprio sul dualismo in seno a Los Angeles.
Ma alla fine anche se i due fuoriclasse non hanno trovato un punto di contatto nei rispettivi ruoli, hanno saputo parlare sul campo l’universale linguaggio dei fenomeni. Philadelpia ha provato a lottare sino alla fine, sperando magari che questa bomba a orologeria esplodesse nello spogliatoio degli avversari.
Ma se un coach come Phil Jackson ha vinto otto titoli NBA nelle ultime 11 stagioni, qualche merito deve pur averlo. Adesso i nuovi Lakers muovono a grandi passi verso le imprese degli illustri predecessori, quelli guidati da Kareem Abdul Jabbar e Magic Johnson, che a cavallo degli anni 80 stabilirono una bellissima rivalità coi Boston Celtics. Il problema, soprattutto per il prossimo futuro, NBA sembra proprio essere questo; mancanza di una o più franchigie capaci di contrastarne lo strapotere. Una serie finale così dominata non si vedeva proprio dai tempi dei Bulls di Jordan. E alla fine anche un mito per essere alimentato ha bisogno di avversari arcigni e credibili.