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CALCIO:
CHAMPIONS, LA RIVINCITA DI ANCELOTTI & INZAGHI.
Ad uno hanno
dato la cocente illusione di un rinnovo su carta stralciato dai fatti.
All'altro invece hanno fatto chiaramente capire che al suo egoismo e ai
molti gol forniti alla causa juventina preferivano la generositą dell'uomo-squadra
Del Piero.
Carlo Ancelotti e Filippo Inzaghi a distanza di un paio di stagioni si
sono presi pero' la meditata rivincita. Nella prima storica finale di
Champions League che metteva di fronte due squadre italiane. L'ha vinta
il Milan ai rigori, dopo che l'equilibrio in campo era stato tenuto vivo
da un gol annullato ai rossoneri, da uno straordinario riflesso di Buffon
e da una traversa di Conte.
Un po poco per gli scettici detrattori del nostro calcio, che dopo essere
stati zittiti da una finale tutta made in Italy, hanno naturalmente ritrovato
fiato dopo un epilogo con emozioni al contagocce.
Chissenefrega! Nel football conta esserci.
E il big match che ha assegnato la Coppa piu' importante del continente
era tutto di marca tricolore. A proposito di rivalse pero', torniamo ai
due ex dal dente avvelenato. Che nella magica serata di Manchester hanno
sofferto, rischiato, ma al termine esultato per un trionfo che per il
loro futuro cambia radicalmente le carte in tavola.
Partiamo da Carlo Ancelotti, l'uomo che in due anni al timone della Juventus
(1999-2001) aveva centrato in campionato altrettanti secondi posti. Non
male. Tanto che la dirigenza bianconera allo scadere del biennio gli aveva
proposto un rinnovo del contratto con premi a rendimento.Ovvero con un
messaggio sottinteso del genere.
"Noi crediamo in te. Ma d'ora in poi se vuoi guadagnare certe cifre devi
portare la squadra piu' in lato". Carlo non ha battuto ciglio. Ha preso
la penna e ha messo nero su bianco (ironia della sorte, in colori societari).
Salvo poi scoprire poche settimane dopo che era forse inchiostro simpatico
quello scelto e che in sede avevano cambiato repentinamente idea. Marcello
Lippi aveva gią pronte le valigie per sfrattare l'inquilino "gabbato".
Quello stesso allenatore che il destino ha voluto riproporgli da avversario
nella sfida che qualcuno un po' troppo pomposamente ha voluto ribattezzare
"del secolo". Vinta, come detto, dal Milan dopo lo stillicidio dei calci
di rigore. Gią un tiro dal dichetto; cinque, dieci secondi che decidono
il lavoro di dieci mesi. Una crudele legge dello sport che deve sancire
un perdente. Ovvero quell' etichetta che Ancelotti aveva pagato caro alla
guida della Juventus e che rischiava di marchiarlo a fuoco anche nel suo
presente milanista. Anche per Pippo Inzaghi la magica serata dell'Old
Trafford ha qualcosa di incredibile.
I suoi 12 gol nelle gare precedenti avevano portato "il Diavolo" in Paradiso.
Ovvero alla finalissima. Lui pero' a differenza di Ancelotti (suo allenatore
anche in bianconero) qualcosa aveva gią vinto in carriera. Ad un certo
punto pero', offeso dall'affetto dello spogliatoio juventino verso Del
Piero e dalla scelta societaria di stare dalla parte del capitano, ha
optato per il passaggio al Milan. C'era allora Terim allenatore. Ma subito
dopo arrivato proprio quell'Ancelotti "licenziato" da Moggi e company.
Quell'Ancelotti che a Torino spesso preferiva sacrificare lui e non Del
Piero al momento dei cambi. Scintille? puo' darsi. Visto che il dualismo
nel Milan ha subito trovato continuitą con un interprete di lusso come
Andry Shevhcenko. Fatto sta che adesso che sono sul tetto d'Europa dopo
aver battuto "l'amante infedele", tutto pare essere passato nel dimenticatoio.
Il tecnico non piu' eterno secondo.
E l'attaccante dal cuore di pietra ma dal gol facile. Che poi proprio
lui, Inzaghi, si sia rifiutato di tirare il rigore decisivo e che sia
stato Sheva a dare la Champions al Milan finisce per essere argomento
per incontentabili dai teoremi arzigogolati.
28/29 maggio
2003
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